La differenza fra Islam e terroristi sedicenti islamici spiegata a Silvia Romano

di Marinella Correggia

Silvia Romano è diventata musulmana.

Il problema è che lo ha fatto mentre era nelle mani di gruppi armati sedicenti islamici, gli Al Shabaab. Lavaggio del cervello con metodi seducenti (come rivelano a volte i fuoriusciti da gruppi simili)? Sindrome di Stoccolma reversibile? O che cosa?

La quasi totalità dei musulmani del mondo ripudia i gruppi estremisti armati che compiono violenze in nome della religione.

Gli Al Shabaab («giovani») hanno collegamenti con al Qaeda (non è chiaro se ne facciano formalmente parte; poi le alleanze di questo tipo sono mutevoli nel tempo e nello spazio). La loro leadership è costituita da somali formati in Afghanistan e Iraq e da stranieri. Hanno importato nel paese la pratica degli attentati suicidi, sconosciuta alla cultura locale. Fra le gesta rivendicate da questi gruppi, eccone due a titolo di esempio. Strage nell’università di Garissa in Kenya, 2 aprile 2015, 150 morti. Autobomba a Mogadiscio, dicembre 2018, 85 morti. Probabilmente tutti musulmani.

Ma allarghiamo il campo ad altri paesi, ai «cugini» dei carcerieri somali che, dice Silvia Aisha, l’hanno trattata benissimo. Hanno tagliato gole, ridotto in schiavitù, si sono fatti esplodere uccidendo nel mucchio, hanno reso disabili o poverissime tante persone.

Chi negli ultimi decenni si è recato in Iraq, Siria, Libia mentre i terroristi sguinzagliati sul terreno venivano aiutati – direttamente o per procura – dall’Occidente, ha potuto incontrare molte vittime  (musulmane) dei terroristi (sedicenti musulmani).

Ecco due piccole storie. Mahmoud e Noor. Un bambino e una bambina. Il primo in Siria. La seconda in Libia.

Mahmoud, Aleppo

Ora ha quasi otto anni. E’ un bellissimo bambino, nato senza braccia – però sapeva fare quasi tutto con gambe e piedi. Viveva in un villaggio in provincia di Aleppo. Suo papà era morto in guerra nel 2016, soldato dell’Esercito siriano che combatteva contro i gruppi armati sedicenti islamici. A un certo punto nell’area arriva Daesh, come spregiativamente gli arabi chiamano lo Stato islamico. La mamma vedova e altri parenti di Mahmoud decidono di scappare ad Aleppo per rifugiarsi dai nonni paterni. Ma lo Stato islamico ha cosparso di mine il cammino. Attraversando i campi di notte, lo zio di Mahmoud che lo tiene in braccio salta su una mina. Muore. Il piccolo ne ha le gambe maciullate: non appena arriva ad Aleppo gliene devono amputare in ospedale. Per fortuna Mahmoud è aiutato e amato, in una Aleppo finalmente senza esplosioni (ma con una grossa crisi economica acuita dalle misure anti-Covid).

Noor, Libia

E Noor? Nel 2011 era una bimbetta riccia di quattro anni. Accampata insieme a mamma, papà e fratelli in una casa-container ad alcune decine di chilometri da Tripoli. Casa-container? Sì. Come varie altre famiglie era scappata da Derna, la sua città natale, che era stata conquistata dai jihadisti, alleati della Nato come forza aerea. Si erano dunque rifugiati in una zona che pareva tranquilla. Passammo qualche ora insieme, rompendo il digiuno serale – era il mese del ramadan. La bevanda prima di consumare la cena sapeva di fiori. Poi io tornai in Italia. Nel frattempo, la Nato e i suoi alleati jihadisti vinsero la guerra. Molto preoccupata, telefonai a Mahamad, un amico del Niger che viveva a Tripoli. Rispose che era in pericolo anche lui, perché i jihadisti che avevano conquistato Tripoli erano razzisti con gli africani di pelle nera. Ma si spinse a verificare: il campo dei profughi dove viveva la piccola Noor era stato smantellato e non si sapeva nulla di quelle famiglie.

Noor, ecco, non so più dove sia. La spero viva.

In barba ai sedicenti islamici.

Marinella Correggia

Nella foto di copertina Noor e i suoi fratelli

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