Un mistero venezuelano risolto. A qualcuno interessa?

Marinella Correggia

 

Come mai, nelle strade del Venezuela, persone di ogni età e professione, oltre a essere gentili e nient’affatto diffidenti, anzi pronte a spiegare, a chiedere e a rispondere, sono molto informate sul mondo, ricordando certo il contesto cubano? Onnipresenti, poi, libri di seconda o terza mano (adesso che la mancanza di carta non permette nuove stampe); per non dire degli scacchi giocati anche sotto i cavalcavia urbani. E al posto della relazione con lo smartphone (oggetto che non hanno o del quale temono il furto), i venezuelani intrecciano colloqui e scambi di vedute con i vicini di sedile, di coda o di manifestazione.

 

Un esempio. Ogni mattina, a Caracas, il signor Luis e sua moglie – originari di Mérida (le Ande venezuelane) – si sistemano sul largo marciapiede presso l’incrocio fra Avenida de las Fuerzas Armadas e Avenida de la Universidad. Montano un banchetto e due seggiolini e vendono a buon mercato il caffè contenuto in due grandi thermos – senza produrre rifiuti, grazie a una pila di bicchieri durevoli, lavabili, che poi laveranno a casa, una volta tornati in pullman nel quartiere Pastora. Intorno a questa coppia gentile si forma in genere un capannello di passanti a discutere le notizie del mondo. Strano? Macché (l’unica stranezza è, semmai, il non uso di bicchierini usa e getta, purtroppo imperanti anche a quelle latitudini).

 

Abbiamo provato a capire il segreto di questo modo di essere venezuelano grazie a un incontro con il viceministro dell’educazione superiore Andrés Eloy Ruiz. Il quale sul suo profilo twitter si definisce: militante per la pace e promotore della giustizia sociale.

 

A che si deve questa cultura politica di base piuttosto elevata in Venezuela? E l’attenzione al resto del mondo? E’ il risultato di un processo educativo di massa?

E’ l’eredità dell’opera di Hugo Chávez. Fin dal 1994, ben prima di arrivare al potere, inizia un esercizio di costruzione di questo collettivo storico che è il popolo, senza il quale non può esserci alcuna rivoluzione. E poi, una volta diventato presidente, egli assegna un ruolo centrale all’educazione. Quella formale diventa un diritto, e un dovere al tempo stesso. Non dimentichiamo poi quella cattedra aperta e televisiva che era la sua trasmissione settimanale Aló Presidente. Un programma che va studiato per capire il processo venezuelano. Era un fatto politico, ma profondamente educativo. Chávez ci ha abituati che tutto quello che si fa ha un senso, una radice e uno scopo:  il progetto di patria che si costruisce e si perfeziona. Il nostro è un popolo che ha acquisito un alto livello di coscienza, e per questo è in grado di capire che anche le sofferenze sono parte degli ostacoli da superare. Insomma, Chávez ha seminato molto. Ovviamente tuttora c’è chi pensa a soluzioni individualistiche. Ma di fronte agli attacchi da parte di un capitale transfrontaliero non è possibile salvarsi da soli.

 

E tuttavia, due decenni di educazione popolare non bastano a spazzare via cento anni di dipendenza culturale dal modello di consumo statunitense. Come lavorare per una vera decolonizzazione?

Un articolo del compianto professor Ali Rodríguez Araque si intitola “Cento anni di sfruttamento petrolifero”. Sedici pagine molto importanti: una diagnosi del carattere rentista della società. Non è un caso che per anni il Venezuela abbia avuto, ad esempio, il consumo pro capite di cosmetici più alto al mondo. E il consumo pro capite energia più alto dell’America latina. E ugualmente un enorme ricorso a prodotti farmaceutici. Allora mi si dirà: perché Chávez dal 1999 non ha cambiato subito questo modello? Perché per farlo occorrevano, oltre alla consapevolezza, la capacità produttiva e grandi livelli di organizzazione. Il livello di accumulazione della coscienza e quello di organizzazione politica nel paese non erano sufficienti. Pensiamo che leggi simili a quelle varate nel 2001 contro il latifondo e sugli idrocarburi, storicamente in America latina avevano procurato ai loro autori colpi di Stato e deposizioni. Nel 2002 ci provarono anche con Chávez; la risposta popolare ci fu e il golpe fu sventato in pochi giorni, ma poi arrivò lo sciopero petrolifero. Tutto questo spiega che nei processi storici ci sono tappe obbligate. La rivoluzione deve avanzare sull’accumulazione di coscienza, sull’organizzazione, tenendo conto delle circostanze. Il modello rentista non poteva essere superato senza prima attuare la redistribuzione della ricchezza, della rendita. E Chávez questo ha fatto. Redistribuendo sotto forma di educazione, salute, alimentazione, trasporti, sicurezza, accesso al potere d’acquisto.

 

E ora?

Ovviamente occorre una costruzione etica, quella che Mariátegui pone come categoria del nuovo. E grazie alla rivoluzione, il potere popolare organizzato ha iniziato a occupare lo spazio centrale. Prima in Venezuela la contesa era fra il potere privato e il potere dello Stato. La costruzione organica del potere popolare organizzato ci ha fatto passare a una triade. Lo si vede anche sul piano militare. Oggi nessuno pensa che la rivoluzione possa essere difesa solo da una forza aerea; la difenderanno, se occorrerà, milioni di persone. Si è rotto il monopolio dello Stato anche nella difesa, che è diventata una questione popolare. E lo stesso sta succedendo negli altri settori, educazione, salute. Un esempio? Il direttore di un ospedale Nueva Esparta (che dipendeva da un governatore dell’opposizione) accaparrava i materiali che arrivavano per la struttura, facendone un uso politico. E’ stato il terzo polo, quello del potere popolare, a controllare. Attenzione, il potere popolare non è una categoria asettica. Ci sono sì costruzioni asettiche, che promuovono una falsa coscienza. In tanti paesi si parla di società civile, come società guidata da avanguardie. Noi invece parliamo del popolo, nella sua capacità organizzativa e nella sua capacità di prendere decisioni.

 

In un video di pessima qualità audiovisiva ma molto chiaro nel contenuto, tre donne venezuelane sedute attorno a un tavolo riassumono le 5 linee storiche del Plan de la Patria, creato da Hugo Chávez: sovranità territoriale e politica, avanzata verso il socialismo bolivariano, affermazione nel campo sociale, economico e politico, sviluppo di un mondo multipolare, contributo alla salvaguardia della vita sul pianeta. Come si declina il Piano nel campo educativo?

Siamo andati per tappe. Dal 1999 al 2002, siamo passati da un processo di privatizzazione che era in corso al ripristino del carattere pubblico dell’educazione, anche quella universitaria. La quale è un diritto ma anche un dovere, perché le persone educandosi possono impegnarsi come cittadini per le cinque linee del Plan de la Patria. Dal 2003 più o meno fino al 2012 c’è stato un processo di municipalizzazione dell’educazione universitaria, ma anche di universalizzazione del godimento di questo diritto. Insomma offrire a chiunque voglia studiare un istituto universitario, dare un’opportunità educativa su ogni territorio. Dal 2013 al 2018 abbiamo insistito nel consolidamento di quanto fatto prima, e nella creazione di nuove istituzioni, nuove università. Dal 2019 andiamo verso una comunalizzazione dell’educazione: lungo la triade territorio, lavoro, formazione/contenuto. Ovviamente nell’orizzonte di quello che Chávez ci ha indicato: il progetto politico. Un progetto di patria.

 

 

 

 

 

Potrebbero interessarti anche...