La marcia degli invincibili derubati

di Marinella Correggia – Caracas

Gabriela Molina Galindo del Movimiento ecologista venezolano (Meven) era dispiaciuta: troppo tardi e a cose fatte hanno saputo delle marce per il clima svoltesi il 15 marzo in diverse città del mondo… Ne avrebbero volentieri organizzata una. Il suo gruppo lavora sulla base dell’obiettivo V del Plan de la Patria, un progetto di civiltà tale da superare il capitalismo di rapina.

Il Meven era fra i partecipanti ieri alla marcia antimperialista a Caracas (e gwentilmente portava anche un cartello italiano, contro le guerre e i golpe per il petrolio). Per chilometri e per ore hanno sfilato con magliette rosse e cappelletti, dopo ore di attesa alla partenza, pazienti sotto il sole.

In questi giorni si dovrebbe commemorare l’avvio di numerose guerre dell’Impero (come per l’impero romano, quello Usa inizia molte campagne belliche nel mese di marzo, il mese dedicato al dio della guerra): Yugoslavia il 24 marzo 1999, Iraq il 20 marzo 2003, Libia il 19 marzo 2011…

A Caracas l’oceanica manifestazione è stata come al solito pacifica – e molto orgogliosa di aver superato la prova delle ristrettezze idrico-elettriche. «El apagón no tumba la revolución» (il black-out non fa cadere la rivoluzione), recitava un cartello. Fra i  numerosi del Frente Francisco de Miranda, specializzato in opere sociali, creato nel 2004, dicono orgogliosamente, da Hugo Chávez e da Fidel Castro – numerose le bandiere cubane del resto. Ma anche «500 anni dopo tornano a rubare il nostro oro»: per ricordare che la campagna cosiddetta umanitaria messa in atto dagli Usa e dai loro lacchè contro il Venezuela è surreale, viste le sanzioni e il sequestro in atto dei beni venezuelani all’estero. «Usa ladroni», «Ci restituiscano la Citgo» (la Citgo Petroleum Corp, controllata petrolifera venezuelana della quale il giudice distrettuale Usa Stark ha disposto il sequestro l’anno scorso).

Qualcun altro ricordava che «Chávez ha trasmesso a Maduro la capacità di resistere ai colpi di Stato». Una donna colombiana (ne risiedono in Venezuela 5 milioni) leggendo il giornale gratuito Ciudad Caracas commentava con i vicini: «Chissà perché nessuno si scandalizza per i continui omicidi di leader popolari nel mio paese», concludendo con un «Cristo vive». Molto colorata la rappresentante del Movimento degli afrodiscendenti nonché organizzatrice nel sistema di vendita popolare Mercal.

E insieme agli slogan «Guaidò pagliaccio» e agli onnipresenti venditori degli assurdi leccalecca montati su canne da zucchero traforate («purtroppo sono la moda del momento anche se costano quanto una cassa di generi essenziali sovvenzionati quasi alla gratuità dal governo», commentava una ragazza del Meven) sfilava anche, portato da una donna, un «Paz y resistencia». Non c’è bisogno di traduzione.

 

Alla marcia hanno partecipato anche alcuni attivisti dell’orto comunitario Zamora, mentre gli altri curavano il loro spazio scosceso dove accanto alle erbe medicinali e a sistemi artigianali di irrigazione goccia a goccia, si arrampicano fagioli di varietà recuperate dall’estinzione e la moringa, albero miracolo la cui importanza fu indicata da Fidel a Chávez. Ma anche lì nell’orto, si discorre di agroecologia e al tempo stesso del suo contrario: le guerre dell’impero, sulle quali i venezuelani di base si dimostrano molto informati. A differenza degli italiani di base e di vertice.

Marinella Correggia

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