IL CIRCOLO VIZIOSO MEDIA-RETI SOCIALI VISTO DAL VENEZUELA

Il circolo vizioso dei mezzi di comunicazione tradizionali e di quelli moderni è stato illustrato, all’Assemblea dei popoli, dal viceministro della comunicazione William Castillo: «Non solo in Venezuela, la matrice che crea l’opinione pubblica, certo, è imposta dai grandi media; la viralizzazione è prodotta dalle reti sociali; e l’impatto emotivo viene dai servizi di messaggeria. Ciascuno ha un ruolo. Dunque Ap, Afp e gli altri dicono che Maduro assassina, e questa è la parte razionale. La massificazione te la danno le reti sociali, che vorticosamente divulgano le notizie, milioni di visite eccetera. Ma l’impatto, è quando ti arriva sul tuo telefono privato, oh guarda Maduro che uccide! Questo effetto non lo procura né Afp né Cnn né Efe…lo consumi tu sul tuo telefono perché te l’ha mandato una cugina alla quale lo ha mandato un amico che è della famiglia del ministro del Venezuela… E siccome tutto questo è legittimato da un clima costruito,  tu ci credi. Dopo un po’ vene fuori che è una bugia, ma il timore o la rabbia ti sono già entrati dentro, e affrontare questo mostro è molto difficile.»

Un tema, quello della comunicazione e della guerra di quinta generazione, affrontato anche nel corso di una conferenza con l’analista argentino Atilio Boron, una deputata regionale spagnola di Izquierda Unida e il segretario generale dell’Alleanza Alba, il boliviano ed ex ministro David Choqueanca.

Maria Elena Diaz, deputata venezuelana ha sottolineato come nel cruciale week end del 23 -24 febbraio, l’«altissima pressione delle reti sociali» abbia ottenuto una «vittoria tattica», ma che il Venezuela, con la sua «resilienza e persistenza», otterrà quella strategica perché «al nostro paese è toccato il ruolo di avanguardia di liberazione contro l’impero, verso il consolidamento di un mondo multipolare».

E fin qui tutto giusto. Atilio Boron, invece, ha rivolto uno strano appello al pubblico presente (un centinaio di persone): «Chi sta riprendendo questo dibattito con gli smartphone? Due o tre? Pochi, troppo pochi. Abbiamo un modo di comunicare ancora vecchio, da epoca di Gutemberg. Ma così non arriviamo ai giovani, i millenials, che sono uguali dappertutto perché gli Usa hanno avuto successo nel plasmarli. Loro vivono con lo smartphone» (non per le strade di Caracas in verità).

Insomma per l’analista argentino, si tratta di essere sempre connessi. Temiamo che egli non abbia capito che in questo modo, a colpi di social e di messaggerie,  non necessariamente si contrasta la propaganda. Semplicemente si crea un circuito parallelo, destinato però a persone che sono già «vaccinate contro le fake news». Sugli altri, sugli intossicati dal circolo vizioso media/reti sociali che li amplificano/Ong che li nobilitano/governi che li manovrano, difficilmente si farà breccia. Sono già formattati, e cambiare idee è umanamente molto difficile.

Padre Numa Molina, impegnato nei quartieri poveri di Caracas e schierato con il potere popolare e che contesta il piano statunitense, ha le idee chiare su questo: «C’è un fenomeno da studiare, è il rifiuto psicologico di fronte a informazioni che vanno contro quello che hai già interiorizzato».

Dunque che fare? Occorrerebbe spezzare il circolo vizioso di cui sopra anziché cercare di reagire sulla sua parte terminale. Come, non è facile.

Invece, la deputata spagnola (il nome è stato dimenticato…) ha dimostrato di non aver capito granché di quanto è successo negli ultimi anni. Nel suo intervento, è rimasta alla guerra all’Iraq – quando peraltro i social non erano certo così centrali – ignorando il ruolo del circolo vizioso della menzogna nei casi libico e siriano.

Complimenti.

 

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