Una voce, dal Sud del mondo, per la pace

Rispetto dei diritti umani e dei principi e degli scopi della Carta delle Nazioni Unite. Rispetto della sovranità e della integrità territoriale di tutti gli Stati. Uguaglianza tra tutte le nazioni, piccole o grandi esse siano. Rifiuto di ogni intromissione o interferenza negli affari interni di altri Paesi. Rispetto del diritto di autodifesa di ciascuna nazione, in conformità con la Carta delle Nazioni Unite. Rinuncia a esercitare pressione su altri Paesi. Astensione da qualsiasi minaccia di aggressione o uso della forza ai danni dell’integrità territoriale e dell’indipendenza politica di qualsivoglia nazione. Risoluzione di tutte le controversie internazionali con mezzi pacifici – e si elencano alcuni di questi strumenti politici a disposizione della diplomazia internazionale quali il negoziato, la conciliazione, l’arbitrato, il dialogo politico, la composizione giudiziale, in conformità con la Carta delle Nazioni Unite. Infine, promozione dei mutui interessi e della reciproca cooperazione, e rispetto della giustizia e degli obblighi internazionali, anche questi in conformità con i principi dell’ONU.

Sono questi i dieci principi della «Dichiarazione di Bandung», o, più precisamente, della “Dichiarazione per la promozione della pace e della cooperazione internazionale”, adottata all’unanimità in occasione della storica Conferenza di Bandung della quale ricorre, in questi giorni, il 63° anniversario (18-24 aprile 1955). Non possono non essere letti con emozione e con rispetto da quanti e quante sinceramente si sentono impegnati nella promozione di un mondo più giusto e solidale, e nella lotta per la pace e contro la guerra.

La Conferenza di Bandung fu infatti un tentativo, storico e importante, di costruire, su basi solide e istituzionali, rapporti di collaborazione tra popoli e stati nel Sud del mondo e rappresentò una delle prime occasioni in cui si affermò un protagonismo da parte di nazioni che da poco avevano conquistato la propria indipendenza, che si erano liberate dal giogo coloniale e cominciavano ad agire come soggetti e non come oggetto sullo scenario internazionale. Quella conferenza rappresentava, nel mondo di allora, poco meno di un quarto della superficie complessiva degli stati, e ben più della metà dell’intera popolazione mondiale.

Concepita per rafforzare il partenariato tra i paesi del Sud, quella che in termini odierni definiremmo la «cooperazione Sud-Sud», e partecipata da grandi stati, dall’India alla Cina, dal Sudan al Pakistan, fu una tappa importante per affermare l’uguaglianza di popoli e nazioni e, come si disse, per «condannare il colonialismo in ogni sua forma». Essa gettò le basi, di lì alla Conferenza di Belgrado (1961), per la costituzione del NAM, il Movimento dei Non-Allineati, oggi rappresentativo di ben 120 Paesi. Anch’essa si basava sui cosiddetti «principi fondamentali della coesistenza pacifica» (1954): rispetto della sovranità e della integrità territoriale; non-aggressione; non-ingerenza; cooperazione paritaria; convivenza pacifica. 

Nella sua più recente riunione di alto livello, il 18° Vertice dei Ministri degli Esteri dei Paesi Non Allineati, svoltosi a Baku (3-6 Aprile 2018) appena una settimana prima dell’aggressione missilistica degli Stati Uniti, insieme con Gran Bretagna e Francia, contro la Siria, il Documento Finale e la «Dichiarazione di Baku» hanno ribadito i principi fondamentali della pacifica coesistenza, sollecitato la fine dell’occupazione israeliana dei Territori Palestinesi, oltre che del Golan Siriano, condannando l’uccisione di «civili palestinesi durante la commemorazione della Giornata della Terra, a Gaza, il 30 marzo 2018» e confermato che «la cooperazione Sud-Sud è un fattore importante della cooperazione internazionale per lo sviluppo sostenibile dei popoli».

Il documento, al paragrafo 268, ribadendo che l’uso di armi chimiche è sempre e comunque inaccettabile e del tutto contrario a norme e standard della comunità internazionale, riconosce l’avvenuta eliminazione dell’arsenale chimico siriano (l’Organizzazione per la Proibizione delle Armi Chimiche, OPAC, ha annunciato la completa distruzione delle armi chimiche della Siria il 18 agosto 2014); e ai paragrafi 528-530 esprime «profonda preoccupazione in merito all’imposizione, da parte degli USA, di misure coercitive unilaterali contro la Siria, che minacciano le condizioni di vita dei siriani», condanna tali atti di ingerenza e aggressione «come una grave violazione del diritto internazionale e della sovranità della Siria» e richiama le parti ad impegnarsi «per una soluzione politica pacifica della crisi siriana, attraverso un processo politico inclusivo, nelle mani dei siriani, basato sulla Risoluzione 2254 (2015) del Consiglio di Sicurezza». Una voce per la diplomazia di pace e la fine della violenza, dal Sud, di cui anche nel Nord sarebbe bene tenere conto.

Gianmarco Pisa

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