Una testimonianza sullo Yemen

Non sono passati molti giorni dal mio viaggio in Libano per andare a trovare degli amici yemeniti che ormai risiedono là. Le immagini dei loro racconti continuano a rimanere impresse nella mia mente.

La loro è la vita di una tranquilla famigliola dedita al lavoro e alla cura dei figli, ma il cuore sta nella loro terra natia, da dove arrivano quotidianamente tragiche notizie.

Ciò che sto per esporre non viene dalla mia diretta osservazione dei fatti che accadono oggi nello Yemen, ma dai racconti dei miei amici, dall’osservazione diretta della loro sofferenza. Non potrebbe essere altrimenti, dato che le vie d’accesso allo Yemen sono state blindate dall’aggressore: l’Arabia Saudita.

Non solo le persone comuni sono impossibilitate ad entrare in Yemen, anche le organizzazioni umanitarie e persino i medicinali. Se vengono trovati medicinali ai controlli aeroportuali (durante lo scalo obbligatorio in Arabia Saudita), vengono requisiti e gettati! Non ci si può ammalare in Yemen e neppure ferirsi, cosa molto probabile in un luogo continuamente bombardato da tre anni a questa parte. Ancora più probabile se dopo la pioggia di bombe la gente accusa malori alla respirazione, sorgono malattie mai viste prima in quelle latitudini e aumentano le nascite con malformazioni genetiche.

E poi vengono bombardati anche gli ospedali. Oltre ad altri sospetti nidi di ribelli come sono le cerimonie funebri, i matrimoni, le fabbriche, le acque potabili, le centrali elettriche e persino gli allevamenti di pollame.

Non voglio riproporre immagini di vittime dei bombardamenti (non solo soldati o ribelli armati, ma anche moltissimi civili tra cui molti, troppi bambini), le immagini sono in rete sotto lo sguardo di tutti. L’Arabia saudita nemmeno nega tutto questo. Ma continua a fare la guerra in un’impunità assoluta.

Le immagini con cui sono tornato sono quelle dell’anziana madre del mio amico, malata di cancro che non può curarsi, che vive in una città senza elettricità, dove scarseggia l’acqua potabile, dove scoppiano focolai di colera.

E le immagini di due giovani cugini che sono morti a soli venti anni, uno con le armi in pugno, l’altro con in pugno il suo passaporto mentre cercava di tornare ai suoi studi universitari all’estero, scomparso.

E poi la lunga chiacchierata davanti ad un caffè, cercando di vedere uno spiraglio di futuro determinato non dalla volontà divina, ma dalle scelte umane. Cercando un’esile possibilità per spezzare la catena dell’odio e della vendetta cheora è esasperata da un’aggressione con cui un insolente Golia, giustificandosi con questioni politico-religiose e avvalendosi dell’appoggio di potenze belliche mondiali, sta sperimentando armamenti d’avanguardia per l’ennesimo genocidio della storia a cui i governi assistono silenziosi.

 “… il mondo ha dimenticato il genocidio degli Armeni, dimenticherà anche quello degli Ebrei.”, sembra che siano state le parole di Hitler. Si sbagliò, ma forse ora apprezzerebbe molto l’efficienza del governo saudita nel comprare questo silenzio.

Claudio Miconi

 

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