Scatole cinesi, vaso di Pandora, e il Web ragnatela

La Ong siriana CCSD (Center for Civil Society and Democracy), registrata in Turchia, Usa e Kurdistan iracheno è al centro di una serie di incontri istituzionali a Roma, al Parlamento ma non solo, con il sostegno finanziario del ministero degli Esteri e l’organizzazione di una Ong italiana.

Come leggiamo dal sito, le attività in Siria sembrano scarne, a parte annunciare un premio Open Society per attivisti. Dal 2012 al 2015 (e adesso?) si sono incentrate sulla promozione di incontri fra attivisti dell’opposizione, presumibilmente non armata (allora perché questa illustrazione che mostra una colomba che al posto di un’ala ha un fucile?) sia in Siria che via skype con “esperti di tutto il mondo”. Scopo: sensibilizzazione, conoscenza, promozione dei media cittadini e della democrazia. In effetti fra i partner indicati c’è il Democracy Council, il cui sito è oscuro quanto a natura e attività, salvo spiegare che “da 15 anni lavoriamo con la società civile per i diritti umani e la democrazia in alcuni dei paesi più oppressivi del mondo, come Siria, Cuba (sic!), Iran, Iraq”.

Bene, proseguiamo lungo il filo. Il CCSD invitato in Italia è inoltre citato fra le buone espressioni della società civile siriana anti-regime e anti-islamisti in questo articolo (“Perché sostenere i combattenti nonviolenti è fondamentale per la fine della guerra”. Tutto bene: se non fosse per due cosucce. La prima è che al primo posto fra gli attori siriani che proteggono i cittadini dalla violenza e dall’estremismo, attori sui quali si deve fondare l’azione per la pace e il futuro della Siria, ci sono i famigerati White Helmets! Sulle cui imprese, certo scenografiche ma davvero lontane dalla nonviolenza, forse è meglio dare un’occhiata a link come questo o questo.

Seconda stranezza dell’articolo su questi attori siriani di pace: l’autrice, Maria J. Stephan, autricxe di testi sul conflitto nonviolento e la resistenza civile. Da un lato fa parte dello US Peace Institute of Peace (del Congresso)., e dall’altra….è senior fellow dell’Atlantic Council.

Cos’è l’Atlantic Council, che peraltro lavora a braccaetto con l’italiano Ispi? E’ì il braccio non armato del Patto Atlantico. E se a questo link si clicca sul punto “Unrest in Zimbabwe” si vedrà un’interessante foto, che imita le tante delle rivoluzioni colorate: un cartello ben confezionato che recita “Il popolo dello Zimbabwe vuole che Mugabe se ne vada”.

Il Council è attivissimo in Medioriente, con la sua branca Rafik Hariri Center for the Middle East. Rafik Hariri era la longa manus dei sauditi in Libano.

Ciò non toglie che alcuni dei saggi dell’Atlantic Council, come quello recente sulla Libia, contengano elementi interessanti. Sempre dopo, a guerre fatte…

 

Riflessione finale

Il web, o Internet, invade le ore e i giorni e si rivela paralizzante per l’azione (arma di immobilismo di massa?). In compenso, a mo’ di filo di Arianna, ti fa entrare in una serie di “scatole cinesi” (niente a che vedere con la Cina) contenenti gruppi governativi, Ong, think tank di tutto il mondo, in un intreccio inestricabile che è il contrario del filo di Arianna. E ti si spalanca davanti agli occhi o agli occhiali quel temibile vaso di Pandora che è il mondo. Dopodiché- siccome non riesci a fare nulla, ti accorgi che il web è, in realtà, una ragnatela soffocante benché illuminante. Pazienza.

 

Marinella Correggia

 

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