Ipse dixit. Parole rivelatrici di un ministro saudita

Mentre continua la sudditanza italiana (pecunia non olet) nei confronti dall’Arabia saudita e degli altri emirisceicchi del Golfo, ecco alcune rivelazioni da parte di un ministro saudita, durante una sua recente visita a Roma. Ma gli sono anche state rivolte domande scomode….

Marinella Correggia

La tigre saudita dice alla tigre qatariota: «Sei carnivora». Si potrebbe riassumere così l’attuale crisi fra le petromonarchie del Golfo, contornate dai reciproci alleati. Lo si è ben visto a un recente incontro organizzato a Roma dallo Iai (Istituto affari internazionali) con il ministro dell’informazione dell’Arabia saudita Awwad bin Saleh al-Awwad. Affermazioni e risposte surreali, le sue.

Sul piano interno, dopo aver decantato le novità nel regno dei Saud – largo ai giovani e tanti progetti di diversificazione dell’economia con la Vision 2030 – al-Awwad mette in guardia: «Non accettiamo lezioni in materia di democrazia elettorale, visti i risultati dell’esportazione di questo modello in Iraq, con un milione di morti, e in Siria, 600mila. A un certo punto arriveremo a votare, ma il popolo va preparato; non vogliamo i terroristi al potere. Comunque la maggior parte della gente appoggia la famiglia reale». Anche in materia di status delle donne, «i cambiamenti sono in corso ma devono essere accettati dal popolo» (idem per la riduzione del numero di decapitazioni).

Come si sa, Riad ha appoggiato sia gruppi armati fanatici che hanno contribuito a smontare interi paesi, sia la diffusione della religione wahhabita in tre continenti. Ma al-Awwad ha detto: «Siamo impegnati ad aiutare tutti i paesi a essere più stabili, per noi è importante. Siamo totalmente contro ogni interferenza negli affari interni di altri paesi, molto pericolosa; è facile distruggere una nazione a suon di dollari». E poi «non vogliamo che qualche paese usi la religione come strumento per il potere, come fanno Qatar, e l’Iran, il quale si è avvantaggiato degli accordi sul nucleare ma non dà segni di cambiamento e vuole distruggere l’Arabia saudita»; sulla stessa linea le «gang che usano la religione per attaccare altri paesi, Hezbollah, gli Houti in Yemen, Hamas».

La crisi del Golfo con il Qatar è spiegata da al-Awwad in quest’ottica anti-ingerenze, anti-islam politico, anti-terroristica: «Enough is enough. Il Qatar vuole dominare il mondo sunnita e usa i Fratelli musulmani a questo scopo, anche contro l’Arabia saudita, dove ha finanziato movimenti di ribellione. Al Jazeera non critica mai Doha e dà voce alla propaganda terrorista, fa apologia di crimine. E il Qatar ospita terroristi». Invece i Saud, che se comprano tante armi «è per proteggerci da soli» (contro l’Iran che è a due passi), «sostengono governi laici, in Egitto, Tunisia, Libano. E sono impegnati per la pace ovunque». Eppure i sauditi avevano rivendicato, anche su media internazionali, il loro appoggio armato ai «ribelli», fin dalle prime fasi (qui un video: https://www.liveleak.com/view?i=abc_1357562508).

E chi accusa Riad di esportare il wahhabismo con petrodollari sonanti, in Occidente, Africa, Medioriente, Caucaso? Macché: «L’Arabia saudita è il luogo santo per i musulmani ma non siamo responsabili per quelli degli altri paesi. Quand’ero ambasciatore in Germania, su richiesta abbiamo chiuso anche scuole» (veramente dopo le denunce di sostegni finanziari a centri sospetti, e di contatti con jihadisti).

A proposito di pace e buone azioni, cosa dice il ministro della catastrofe yemenita provocata dalle bombe e dall’embargo guidato dai Saud?

Ma si è fatto tardi, e il ministro esce dimenticando di rispondere.

 

 

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