Siria: Le fonti delle cifre Onu

Siria: Le fonti delle cifre Onu sugli uccisi e su chi li ha uccisi

di Marinella Correggia

 

I morti civili in Siria non li nega nessuno. Ma fare il body count è una cosa seria.

Gli uccisi in questi undici mesi darebbero 7mila per gli attivisti dell’opposizione (uno dei due gruppi basati a Londra parla solo di morti civili, l’altro anche di morti fra i militari); 4.500 per l’Onu (Alto Commissariato per i diritti umani); mentre il governo e i siriani non schierati con l’opposizione parlano di duemila morti fra i militari e moltissimi civili uccisi dai gruppi armati dell’opposizione. Il rapporto (boicottato da Qatar e Arabia Saudita) degli Osservatori della Lega Araba ha smentito il luogo comune mediatico “un dittatore che uccide un popolo disarmato”: affermando http://www.peacelink.it/conflitti/a/35517.html. Ecco due punti: 28.La Missioneha osservato che molti partiti hanno riferito falsamente di esplosioni o di violenze si erano verificate in diverse località. Quando gli osservatori sono andati in quei luoghi, hanno scoperto che quei rapporti erano infondati. 29.La Missioneha inoltre osservato che, secondo le squadre in campo, i media hanno esagerato la natura degli incidenti, il numero di persone uccise in incidenti e le  proteste in alcune città.

Che cosa sta succedendo? Secondo l’agenzia di controinformazione francese Infosyrie, certamente agli inizi della rivolta, in marzo e aprile, ci sono state brutali repressioni riconosciute e deplorate dallo stesso governo. Ma in seguito non si è più trattato di una protesta popolare pacifica: da mesi si tratta di scontri fra esercito e gruppi armati appoggiati dall’estero, e ben installati soprattutto in alcuni quartieri di Homs.

Quotidianamente le agenzie governative diffondono notizie con nomi, cognomi, professione, circostanze  di persone uccise da bande armate. Notizie che i media non riprendono mai; così come la conta dei morti tentata da alcuni gruppi religiosi (vedi scheda n. 3).

La fonte del media sono gli “attivisti dell’opposizione”, da Londra o dalla Siria. I media presenti in Siria (si pensi alla Bbc a Homs) diffondono comunque notizie che si basano sui contatti e sui materiali forniti dagli “attivisti”(v. la scheda 7 su Homs). Molti racconti di atrocità (come quello dei medici torturati perché avevano curato manifestanti feriti) non hanno alcuna prova.

Anche l’Onu e le organizzazioni dei diritti umani basano i loro rapporti sugli “attivisti”. Si veda l’ultimo rapporto dell’Unicef (schede n. 1 e n. 5).  Le ultime cifre fornite dalla Commissaria dei diritti umani dell’Onu, Navi Pillay, stimano i morti in Siria dall’inizio delle proteste in oltre 4mila. Come in tutte le altre dichiarazioni della Commissaria, il condizionale è sottinteso anche solo talvolta è specificato che “è impossibile verificare”. Viene poi sottinteso che si tratti di non armati e che siano stati uccisi dalle forze governative (anche se ultimamente Pillay si è detta preoccupata anche per i rapporti sugli attacchi da parte delle forze dell’opposizione contro esercito e forze di sicurezza).

Ma quali sono le fonti dell’Onu?

Quella quasi unica dei media è il Syrian Observatory for Human Rights (SOhr) con sede a Londra che orgogliosamente informa “potete trovare le nostre notizie su tutti i grandi media internazionali”: una bella cassa di risonanza.

Da Londra il Sohr dà ogni giorno la conta dei morti ma senza indicare i nomi e senza dire se si tratti per caso di forze dell’ordine. L’ex corrispondente di Al Jazeera Alaa Ibrahim, ora giornalista della tivù siriana, si è procurato la lista di centinaia di nomi, ma quando ha iniziato a verificare presso le famiglie ha smesso dopo circa quaranta persone perché ha trovato tutti falsi. Ma il Sohr continua a essere accreditato. Benché il suo presidente Rami Abdel Ramane, oppositore da molto tempo e da Londra, abbia rapporti stretti con i Fratelli musulmani siriani.

Ultimamente il Sohr si è spaccato al suo interno (vedi scheda n. 2).

Questo affidarsi ad “attivisti dei diritti umani” che sono del tutto inquadrati nell’opposizione, e a volte affidarsi all’opposizione stessa è un dato comune alla stessa contabilità dei morti fatta dalle Nazioni Unite e riportata con grande risalto dai media. Come spiega un’analisi di Julie Levesque (http://globalresearch.ca/index.php?context=va&aid=27785) sulla manipolazione mediatica che potrebbe portare a un’altra “guerra umanitaria”, la principale fonte di informazioni dell’Onu come dei media ufficiali sono i gruppi di opposizione, accreditati come “attivisti per i diritti umani” (sul posto o espatriati).

In effetti nel rapporto della Commissaria Pillay del 15 settembre scorso (United Nations, Report of the United Nations High Commissioner for Human Rights on the situation of human rights in the Syrian Arab Republic – A/HRC/18/53) appare chiaro che anche le Nazioni Unite si basano sulle stesse fonti dei media, fra cui gli Lcc (Local Coordination Committees), ovvero i Comitati di coordinamento locale, e in una nota a piè di pagina (trascurata dai media) puntualizzano di non essere in grado di verificare se le informazioni siano esatte: “Al momento in cui scriviamo, la missione aveva ricevuto 1.900 nomi e dettagli di persone uccise in Siria da metà marzo; tutti dichiarati come civili. (…) Questa informazione è stata fornita dai Comitati di coordinamento locale attivi in Siria. La missione Onu non è in grado di verificare in modo indipendente”.

Chi sono gli Lcc? Secondo il Christian Science Monitor, fanno parte dell’autoproclamatosi Syrian National Council, già riconosciuto come “legittimo rappresentante del popolo siriano” dagli omologhi del National Transitional Council della Libia (un altro organismo autonominato, alleato locale della Nato, riconosciuto da diversi stati del mondo e ora al potere a Tripoli dopo mesi di guerra). Gli Lcc sono “anonimi”. Non rivelano nomi. Sono per il cambio di regime. Sostengono di essere diventati fonte di informazione dei media occidentali perché “offrono fatti credibili”. Anche se senza possibilità di verifica.  Il 2 dicembre il Consiglio dei diritti umani dell’Onu – convocato all’uopo da Unione Europea, Usa e paesi della Lega Araba – con 37 sì, 6 astensioni e i 4 no di Cuba, Ecuador, Cina e Russia ha condannato le “violazioni estese, sistematiche e flagranti dei diritti umani in Siria”.

La decisione del Consiglio, che “sostiene gli sforzi per proteggere la popolazione siriana” e chiede agli organismi dell’Onu di intraprendere “azioni appropriate”, si basa sul rapporto rilasciato agli inizi di dicembre da un gruppo di “tre esperti indipendenti” (“Report of the Independent International Commission of Inquiry on Syria”). Nominati dalla presidente del Consiglio stesso, gli esperti hanno concluso che le forze armate e le forze di sicurezza siriane sono coinvolte in diversi crimini contro l’umanità per la repressione “di una popolazione in gran parte civile (corsivo nostro) nel contesto di proteste pacifiche”; e per le detenzioni arbitrarie, la tortura sui prigionieri,  per aver dato ordine di uccidere manifestanti inermi,  per i minori presi di mira.

Il governo siriano non ha permesso alla Commissione di lavorare sul terreno perché, come ha spiegato  in una nota ufficiale il 12 ottobre, è in piedi una commissione di inchiesta indipendente su ogni tipo di crimine commesso nel paese e quindi occorre prima attendere gli esiti. Una mossa sbagliata che ha permesso alla Commissione dei tre esperti di affidarsi interamente a fonti esterne.

I media non si soffermano sulla metodologia e sui contenuti del rapporto redatto, né sui tre esperti, che sono di nazionalità turca, statunitense e brasiliana.  Mal’esperta statunitense, Karen Koning AbuZayd, è “interessante”.  Ha avuto sì diversi incarichi all’Onu ma è tuttora nel board dei direttori (http://www.mepc.org/about-council/our-leadership/board-directors) del think-thank  washingtoniano – ma molto finanziato dall’Arabia Saudita – Middle East Policy Council (dedicato dal 1981, recita il sito, ad aiutare il dibattito pubblico sulle questioni economiche e politiche della regione e sulle politiche necessarie a rafforzare gli interessi statunitensi”); è in compagnia di rappresentanti militari e non del governo Usa, del presidente dello Us-Qatar Business Council, del produttore di munizioni Raytheon ecc. (http://landdestroyer.blogspot.com/2011/11/syria-nato-genocide-approaches.html). L’attuale presidente Frank Anderson ha lavorato perla Ciaper 26 anni.

La metodologia di lavoro dei tre esperti è stata la seguente. Da fine settembre a metà novembre hanno incontrato rappresentanti della Lega Araba, dell’Organizzazione per la cooperazione islamica, di organizzazioni non governative,  militanti dei diritti umani, giornalisti ed esperti. La “missione investigativa ha intervistato a Ginevra 223 persone, “vittime o testimoni” della repressione. Chi sia stato intervistato e dove rimane un mistero sul quale i “tre esperti” non hanno voluto rivelare nulla (http://www.un.org/News/briefings/docs/2011/111128_Syria.doc.htm) sottolineando la “coerenza delle informazioni” ricevute da “una serie di fonti da diversi luoghi della Siria” visto che “il non accesso al paese non significa non accesso alle informazioni”. A chi ha fatto notare che 223 interviste sono poco rappresentative i tre esperti hanno risposto di essere più interessati alla coerenza dell’impianto accusatorio.

Secondo l’ambasciatore siriano a Ginevra, ovviamente gli intervistati essendo disertori non possono che dare testimonianze negative contro il governo.

I tre esperti hanno anche detto che se avessero potuto entrare in Siria avrebbero intervistato le famiglie dei militari uccisi. Che è come dire: non avendo potuto entrare, possiamo prendere per buone solo le accuse contro il governo e i suoi militari. Gli scontri fra gruppi armati e forze di polizia o soldati, e dunque l’esistenza di un conflitto amato,la Commissionenon ha potuto verificarli “non avendo avuto il permesso di visitare il paese”. Contraddicendosi, chiede comunque uno stop alla fornitura di armi a tutte le parti in causa.

E le prove della veridicità dei racconti dei testimoni? Lo standard di prova adottato è stato quello del ‘sospetto ragionevole’, su ogni particolare evento o incidente. E’ uno standard più debole di quello richiesto in un processo penale”.  Quindi  non c’è verifica dei racconti; come quello del disertore che ha affermato di aver lasciato l’esercito dopo aver visto un ufficiale che sparava su una bambina di due anni ad Al Ladhiqiyah il 13 agosto perché ‘non voleva che diventasse una futura manifestante’.

Sulla parte angosciante sulle morti dei bambini, un commentatore osserva: “Certamente ne sono stati uccisi dalle forze dell’ordine, ma molto spesso perché queste sono state provocate da armati estremisti che hanno fatto degenerare le manifestazioni civili” (http://www.infosyrie.fr/decryptage/le-rapport-de-lonu-sur-la-syrie-une-mauvaise-odeur-dosdh); altri bambini e adolescenti sono rimasti vittime di armati non governativi.

Sembra dunque viziato da parzialità e oscurità di fonti questo rapporto (che risparmia all’esercito siriano solo l’accusa di stupro; forse già troppo bruciata in Libia), sulla base del  quale il Consiglio Onu per i diritti umani ha emesso una condanna così perentoria da aprire la porta a interventi esterni anche militari di vario tipo, un “ultimatum di carattere politico e parziale” ha detto il rappresentante russo.

Il Consiglio Onu per i diritti umani può assumere un ruolo parziale e addirittura favorire conflitti armati con il pretesto di proteggere i civili?

In una intervista ad Al Jazeera, Frei Fenniche capo della sezione Medio Oriente e Nordafrica presso il Consiglio dei diritti umani, dà la colpa al governo siriano che non ha autorizzatola Commissioned’inchiesta e gli osservatori dei diritti umani come Amnesty International. Ma rimane vago sulle fonti dei rapporti degli esperti, e dunque sulle fonti dei 5mila o più morti: “Abbiamo molti contatti dento e fuorila Siria. Abbiamomolte informazioni da testimoni, disertori, dagli ospedali. Non posso dare i nomi. Prima di redigere i nostri rapporti verifichiamo le informazioni con la nostra metodologia. Non siamo un’organizzazione nata ieri, è il nostro lavoro da 20 anni.  Navi Pillay è un giudice, non fa campagne contro nessuno.

(L'articolo fa parte di una serie di approfondimenti realizzati fra gennaio e febbraio e pubblicati fra gli altri da Contropiano e da Forum Palestina)

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