In Kurdistan, contro la guerra

Tornati ieri – sani e salvi – dal Kurdistan turco gli undici compagni della delegazione italiana invitata dall’UIKI per cercare di tutelare la campagna elettorale del Partito popolare democratico (HDP); campagna  che è costata all’HDP – solo negli ultimi giorni –  quattro attentati, cinque morti e 160 feriti. In attesa del report conclusivo della delegazione italiana, che sarà pubblicato qui, ci si accontenti della foto della delegazione che festeggia l’elezione a parlamentare della nipote di Ocalan (a destra, con la giacca bianca) e di alcune mie, telegrafiche, considerazioni.

 

Come è noto, le elezioni in Turchia  hanno visto la vittoria dell’HDP (13%, 79 deputati, tra cui 39 donne) e del suo leader Selahattin Demirtas,  già osannato come il Tsipras o l’Obama turco. Una vittoria importante perché facendo naufragare il progetto di Erdogan (una Repubblica presidenziale e una Turchia bastione del dominio imperialista in Medio oriente) potrebbe determinare la fine della guerra alla Siria.  

Potrebbe, perché la situazione è piena di incognite. E il HDP non è (ancora?) Syriza.

Fortemente caratterizzato nella tutela di quelle identità (curdi, armeni, donne, LGBT…) oggi sotto il tallone di un dilagante integralismo islamico foraggiato a piene mani da Erdogan, la vittoria dell’HDP potrebbe – tra l’altro –  neutralizzare il tentativo di Erdogan di utilizzare i Curdi come grimaldello per annettere alla Turchia il Kurdistan siriano ricco di giacimenti petroliferi e l'impegno di alcuni guerriglieri curdi a fianco dei tagliagole anti Assad: un pericolo, purtroppo, sottovalutato da molti compagni italiani e – per quello che sono riuscito a capire parlando con loro – anche da alcuni candidati e militanti curdi.

Da questo punto di vista, è stato certamente salutare l’apporto nell’HDP di una realtà quale il Movimento di Piazza Taksim  e, più in generale, di una borghesia progressista turca che, coraggiosamente, si sta facendo sentire in questi giorni denunciando gli aiuti di Erdogan all’ISIS e, più in generale ai “ribelli” siriani. Potrà questo trasformarsi in un vasto movimento che metterà fine a questa guerra?

 

Francesco Santoianni

 

 

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