LA COALIZIONE DEI COLPEVOLI

LA COALIZIONE DEI COLPEVOLI. LA MADRE (E I PADRINI) DI TUTTE LE AL QAEDE – E ALLEATI DI FERRO DELL’ITALIA…

“Lo Stato islamico, al Qaeda, gli Stati Nato/Golfo e i “ribelli moderati” in Siria e Libia”. PARTE SECONDA

Dagli inizi di agosto il sistema giudiziario dell’Arabia saudita – alleata di ferro dei paesi occidentali e dell’Italia – ha eseguito 22 decapitazioni. Malgrado la crisi di vocazione fra i boia, dal 1985 a oggi nel regno dei ricchi dissoluti Saud questo metodo di esecuzione ha fatto duemila vittime; accusate ad esempio di stregoneria e preferibilmente immigrate. Anche la lapidazione, soprattutto per le donne, è ancora in vigore a Riad. A parte l’insegnamento a livello di «ideali» e stile, l’Arabia saudita e i suoi oligarchi sono anche concretamente le grandi madri di tutti i terroristi sedicenti islamici. Non le uniche, però..

Chi può davvero lottare contro l’Isis e chi no

Emiri, sceicchi, re, sultani e presidenti globali, tutti contro il califfo? La nuova «Coalizione dei volonterosi» vanta decine di partecipanti, come quella improbabile del 2003 intorno a George W. Bush per l’invasione dell’Iraq (c’erano anche le isole Fiji e la Mongolia, ma per una volta nessun paese della Lega araba).

In realtà quella capitanata dagli Usa è una «Coalizione di colpevoli», come la chiama l’analista Mahdi Darius Nazemroaya . Il dito è puntato sui paesi del gruppo denominato «Amici della Siria» (ora «Gruppo di Londra»), che dal 2012 sostengono politicamente e militarmente l’opposizione armata, anche in violazione del dovere internazionale di non ingerenza, e con la grande responsabilità di aver fomentato una guerra per procura che ha messo a ferro e fuoco il paese. Fra questi compagni di merende belliche ci sono governi centrali nel Patto atlantico (Nato) e nel Consiglio di Cooperazione del Golfo (Ccg): Usa, Regno unito, Francia, Italia, Arabia saudita, Qatar, Turchia, Emirati arabi, Giordania, Egitto (al traino saudita), Germania (con ruolo di freno), Italia (pesce in barile, o peggio all’epoca del ministro Terzi; anche di recente la rete No War ha chiesto ).

 Novelli Frankenstein, molti fra gli undici hanno nutrito – per dolo o colpa grave? – in Afghanistan, Iraq, Libia e Siria il cancro dello Stato non-islamico e degli altri gruppi terroristi della rete al Qaeda; adesso sostengono di volerlo combattere.

Non sembra aver torto l’analista, basata in Libano, Sharmine Narwani per la quale la lotta contro l’Isis «non dovrebbe essere una campagna di Washington, ma piuttosto centrata sugli attori regionali direttamente coinvolti nel conflitto, e in primo luogo Iraq, Siria, Libano e Iran, perché sono sul terreno, e negli ultimi tre anni hanno imparato le tecniche di combattimento dei loro avversari; nessun’altra coalizione può aver successo. Gli altri paesi, regionali e non, quello sì, possono aiutare, chiudendo le frontiere, fermando qualunque finanziamento e fornitura bellica ai gruppi terroristi; il segreto del successo è nella regione, non fuori».

Dopotutto, le vittime dell’Isis sono in Medioriente, salvo pochissime, mediatizzate eccezioni.

Le performance dei piromani pompieri

Dal gruppo degli «Amici della Siria», i «ribelli» siriani da anni ottengono appoggio militare, finanziario, in risorse umane, in addestramento, logistica, oltre che politico diplomatico. Nessuno più lo nega, anzi, benché a lungo dagli Stati uniti siano uscite solo ammissioni anonime . Colpa grave: gli aiuti destinati ai «moderati» sono stati consegnati senza verifiche circa i riceventi, che non fossero una attestazione tipo «ricevuta», tanto che il 9 giugno 2014 il capo del Supreme Military Council dell’Esl dichiara alla Reuters che gli Usa distribuiscono armi direttamente a gruppi «difficili da controllare» sul fronte nord e sud.

 

Per non parlare degli uomini – secondo fonti giordane – formati dagli Usa in Giordania e slittati all’Isis; e delle armi finite ai gruppi jihadisti a causa delle porte girevoli fra le milizie ribelli in Siria, ormai dominati dagli islamisti (ai quali si uniscono sempre più gruppi prima allineati con il Supreme Military Council sostenuto dall’Occidente.

 

C’è poi da chiedersi quanto, nella storia anche recente, sia stato il dolo, cioè il sostegno diretto Nato/Golfo agli estremisti, da parte dei vari attori.

 

Stati uniti

I parlamentari Usa approvano il piano di Obama per aumentare gli aiuti militari a ribelli siriani cosiddetti moderati, in funzione anti-Isis. Come mai, anche se li stessi media mainstream da tempo sostengono che in Siria nelle zone controllate dall’opposizione armata non esiste una forza laica con la quale parlare, e che gruppi al qaedisti controllano tutta l’economia e gestiscono corti islamiche?

Secondo le rivelazioni di Edward Snowden, ex agente della National Security Agency, il califfo dell’Isis, al Baghdadi, sarebbe stato addestrato dai servizi segreti statunitensi, israeliani e inglesi per creare il mostro (così da attirare tutti gli estremisti in uno stesso luogo perché l’unica soluzione per proteggere lo Stato di Israele è avere un nemico alle frontiere). Ma anche a lasciar cadere l’ipotesi, come è stato possibile che in un’area «infestata» al tempo stesso dall’Isis e dalla Cia e da servizi segreti alleati, come quella mediorientale sul confine turco-siriano-iracheno, la potentissima intelligence di Washington si sia fatta prendere di sorpresa, senza accorgersi che lo Stato islamico stava crescendo enormemente e stava attirando decine di migliaia di fanatici da tutti il mondo?

Già nel 2007, il premio Pulitzer Seymour Hersh, scriveva delle nuove priorità Usa per il Medioriente, in cooperazione con i sauditi, tramite operazioni clandestine anti-sciite mirate all’Iran, al suo alleato siriano e agli Hezbollah, anche se «il sottoprodotto è il rafforzamento di gruppi estremisti sunniti che sposano una visione militante dell’islam e sono in sintonia con al Qaeda». Secondo email diffuse da Wikileaks comprese note di funzionari del Pentagono, già nel 2011 forze speciali Usa e inglesi formavano combattenti dell’opposizione siriana, anche senza conoscerli bene. Gli stessi attori stavano anche discutendo una campagna possibile per arruolare migliaia di volontari musulmani da schierare a fianco dei ribelli siriani. La Turchia li avrebbe ospitati, formati e avviati nel paese.

Il ricercatore Nafeez Ahmed ripercorre la nascita dell’Isis in Iraq con il probabile sostegno degli occupanti (divide et impera) per poi affermare che il sostegno degli Usa & C. ai gruppi al qaedisti in Siria e dunque all’Isis stesso (che si è staccato da al Qaeda solo nel febbraio 2014) non sia stato un errore fatale ma premeditato visto che l’operazione statunitense a favore dei ribelli siriani era condotta in stretto contatto con le petro-monarchie, le quali fornivano il grosso degli aiuti materiali e finanziari privilegiando ovviamente i gruppi con matrici a loro affini.

Non di rado gli Usa hanno sostenuto il cavallo sbagliato. Di recente il generale Usa Thomas McInerney ha spiegato come armi del consolato di Bengasi siano andate a finire all’Isis; una delle tante manovre del traffico illecito di armi verso la Siria, anche dalla Libia attraverso la Turchia. Incompetenza o dolo? E come mai a proteggere l’ambasciata Usa a Bengasi fu chiamata Brigata dei martiri del 17 febbraio) legata ad al Qaeda?

 

Mesi fa l’analista statunitense Joshua Landis, autore del blog nient’affatto pro-Assad Syriacomment, spiegava che «i sostenitori dei ribelli stanno conducendo un’operazione fascino per dipingere perfino il Fronte al Nusra come la ‘al Qaeda buona’, visto che si focalizza sulla sola arena siriana senza ambizioni di attaccare Usa e alleati». Finché si scannano all’interno della Siria, va bene. Anzi, meglio. Lo ha detto anche Edward Luttwak sul New York Times.

Arabia saudita. Il regno si è offerto di formare in proprie basi migliaia di ribelli siriani «buoni» (anti-Isis e anti-Assad in un colpo solo) e l’amministrazione Usa spera che Riad e le altre petromonarchie useranno anche la propria influenza sui leader religiosi e le reti televisive (attivissime finora nel sostenere la lotta armata in Libia e Siria). Ma quante incertezze: lo stesso capo degli stati maggiori riuniti Usa, il generale Dempsey, ha dovuto rispondere al Senato: «Sì, conosco importanti nostri alleati arabi che finanziano l’Isis» (in funzione anti-Assad)(il video qui).

Il regno è sempre stato coccolato dall’occidente. Eppure il quotidiano Guardian spiega che per farla finita con il terrorismo sedicente islamico, bisogna isolare «la dittatura dell’Arabia saudita», la madre di tutte le al qaede. Non si è fatto nulla contro Riyad da quando nel 2010 un memorandum interno della Clinton scoperto da Wikileaks chiamava Arabia saudita in primis, e Qatar, Kuwait ed Emirati «gli sportelli bancari» di diversi gruppi terroristi fra i quali al Qaeda, talebani e Lashkar-e-Taiba. Un funzionario del Qatar sostiene che l’Isis è un “progetto dei sauditi”. Forse adesso i sauditi si sono accorti che il pericolo può arrivare fin vicino al trono e quindi vietano ai sudditi di andare a combattere all’estero (ma i più sono già in Siria e Iraq) e di donare denaro a estremisti; a febbraio hanno anche accantonato il principe Bandar bin Sultan, già capo dei servizi segreti di Riad, coordinatore insieme alla Cia dei fondi per bin Laden in Afghanistan, e grande supporter dei gruppi armati in Siria (Joh McCain lo ringraziava di continuo). Ma il peggio è stato fatto: come ha spiegato Paul Steven di Chatam House, c’è stato un accordo non scritto per il quale si finanziava al Qaeda (e perfino se ne ospitavano membri) purché lasciasse tranquillo il regno.

 

Qatar. L’emirato è sede della più grande base militare Usa in Medioriente, ad Al Ueid, e destinatario di commesse militari Usa. Il vicesegretario al tesoro Usa ha dichiarato che donatori del paese raccolgono fondi per Isis e al Nusra; e nell’ultimo «Country Reports on Terrorism» del Dipartimento di Stato (2013) – il Qatar è definito «ad alto rischio di terrorismo finanziario» ed il Kuwait teatro di «finanziamenti a gruppi estremisti in Siria». Nel 2010, nel già citato memorandum della Clinton sui fondi a terroristi, il Qatar era considerato abbastanza tremendo quanto a cooperazione antiterrorismo. Non solo: tanto stretti sono i rapporti con al Nusra (branca siriana di al Qaeda, ormai considerata un angioletto) che un funzionario del Qatar in condizioni di anonimato, ha detto  di conoscere tutti i comandanti delle diverse città siriane. E lo sceicco Hajaj al Ajmi, finanziatore di al Nusra, batte cassa presso facoltosi qatarioti, a Doha chiedendo di non smettere perché comunque combattono contro Assad (e dunque l’odiato asse sciita). Alla tivù saudita Rotana mesi fa ha anche precisato che tutti i servizi segreti del Golfo sono in Siria per avere la parte del leone nella rivoluzione siriana. Doha continua a esser frequentata da diversi fund-raiser di terroristi. L’emirato si è ultimamente impegnato a porre fine al flusso di fondi verso l’Isis.

 

Kuwait. L’emirato, “liberato” con la devastante guerra all’Iraq nel 1991 è considerato anche dal Tesoro Usa “l’epicentro del finanziamento a gruppi terroristi in Siria”. Il funzionamento di questo “hub finanziario e organizzativo per gruppi e singoli che sostengono una miriade di gruppi ribelli in Siria” è descritto nel rapporto Playing with Fire (dicembre 2013) della Brookings Institution – Usa. Il denaro viene da tutto il Golfo e transita per il Kuwait. L’emirato ha rifiutato di mettere al bando la famigerata Revival of Islamic Heritage Society, con branche in tanti paesi. Simili soggetti parlano liberamente alle tivù dell’emirato.

 

Turchia. Ovvero, l’autostrada dei jihadisti, via terra o perfino attraverso l’aeroporto di Hatay (secondo un’inchiesta del Daily Mail). La Turchia è anche una grande accademia per l’addestramento dei combattenti (). Nel rapporto (gennaio 2011) War crimes committed against the people of Syria () i gruppi turchi Peace Association (parte del movimento Gezi) e Lawyers for Justice accusavano il governo turco di aver «aperto le frontiere ai gruppi armati sostenendoli in ogni modo» (compreso l’addestramento). L’abbandono delle frontiere aveva permesso a kamikaze di fare strage nella città turca di Reyhanli l’anno scorso. Del resto anche Haytham Mennaa, coordinatore del Coordinamento democratico siriano – l’opposizione indipendente e non armata – sosteneva di voler denunciare il premier turco Erdogan al Tribunale penale internazionale «perché manda terroristi in Siria, ho informazioni e documenti a sufficienza» .

 

Secondo il giornalista Patrick Cockburn negli ultimi mesi i controlli sono leggermente aumentati, ma si può sempre passare con poco. Ankara, membro della Nato, è anche – secondo l’intelligence occidentale, il luogo del riciclaggio del petrolio che l’Isis estrae dai pozzi conquistati e che vende di contrabbando (finora gli Usa non hanno attaccato i camion).

 

Secondo contrabbandieri e attivisti siriani, l’Isis ha un sistema clandestino ben consolidato per far circolare uomini, armi e petrolio fra Siria e Turchia, grazie alla cooperazione di funzionari turchi . L’ambasciatrice dell’Unione europea in Iraq ha anche accusato paesi europei di acquistare il petrolio del sangue.

 

Secondo un rapporto esclusivo di Debka del 29 marzo 2014, in quel periodo la Turchia ha «accordato ai ribelli siriani, compreso il qaedista fronte al Nusra, il passaggio attraverso il proprio territorio per l’attacco all’area costiera di Latakia».

 

Giordania. Come già detto, nel regno esistono campi di addestramento di combattenti jihadisti o convertitisi al jihadismo. E un centro di comando e controllo ad Amman, ben dotato di addetti militari occidentali e arabi, che avviano veicoli e armi pesanti e leggere agli armati siriani, è stato confermato da questi ultimi nella zona di Deraa.

 Israele. Oltre ad aver più volte bombardato la Siria, Israele appoggia i gruppi armati siriani senza tante storie, come affermano fonti dello stesso Stato ebraico. Alla fine di agosto, Debka Files scrive: «Usa, Giordania e Israele hanno sostenuto di nascosto le 30 fazioni di ribelli che hanno preso il controllo della parte siriana di Quneitra, passaggio per le alture del Golan (occupate da Israele) e che sono infiltrate da elementi di al Qaeda e di Ansar Beit al Maqdis, formazione jihadista del Sinai. L’operazione non sarebbe stata possibile senza l’aiuto di Israele, non solo cure mediche per i feriti, ma anche limitate forniture di armi, intelligence e cibo, sforzi coordinati da un centro creato dal Pentagono in Giordania».

 

L’ambasciatore israeliano negli Usa Michel Oren nel 2013 spiegava che anche prima dell’inizio delle ostilità in Siria, obiettivo di Israele era la partenza di Assad, parte della grande minaccia rappresentata dall’arco sciita, e che Israele preferiva pur sempre i «bad guys» non sostenuti dall’Iran dai «bad guys» sostenuti dall’Iran. Anche se i primi erano affiliati ad al Qaeda. Aggiungeva che in 64 anni mai c’era stata una simile convergenza fra Israele e paesi del Golfo, sulla Siria, sull’Egitto e sulla questione palestinese.

 

L’anno scorso Israele ha creato un ospedale da campo sulle alture del Golan dove cura e smista civili ma anche (e soprattutto) combattenti feriti. I combattenti di Jabhat al-Nusra sono ora fortemente concentrati nella zona di separazione di otto kmq sul Golan, dove l’esercito israeliano li recupera per curarli ().

Oltretutto, grazie allo spauracchio Isis, la prospettiva di uno Stato palestinese si allontana

 

La Redazione di Sibialiria.

 

La prima parte dell’inchiesta “Lo Stato islamico, al Qaeda, gli Stati Nato/Golfo e i “ribelli moderati” in Siria e Libia” è stata pubblicata qui.

 

 

 

 

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