Libia: appello ai firmatari di appelli

Di fronte al baratro nel quale è sprofondata la Libia (attestato, ora, anche dalla precipitosa chiusura dell’ambasciata USA) ci sarebbe da chiedere ai vari firmatari degli appelli in difesa della “rivoluzione libica” (se volete sapere i loro nomi non avete che da clikkare qui o qui) se non sentano oggi il dovere di scusarsi con il popolo libico per una guerra che i loro appelli hanno, nei fatti, favorito e per il loro silenzio quando questa assumeva i connotati di un gigantesco massacro, come è stato, ad esempio, a Sirte. Non avremmo posto questa sgradevole domanda se quei distratti, se non colpevoli, appelli – così come quelli attuali inerenti la Siria o quelli già in cantiere sulla Nigeria – non si fossero basati su inequivocabili falsi che davvero stupisce non siano stati subito riconosciuti come tali. Primo tra tutti il “mitragliamento dagli elicotteri” effettuato dagli scherani di Gheddafi su inermi manifestanti che faceva da pendant con la “notizia” dei piloti libici disertori e atterrati a Malta per non voler sparare sui loro connazionali. Ovviamente, neanche una fotografia da un cellulare per attestare simili bufale; solo una anonima “testimonianza” rilasciata alla tv araba “al-Jazeera” subito certificata dalla “Lega libica per i diritti umani”, (fondata da tale Ali Zeidan, poi diventato Presidente della Libia e poi scappato in Germania con un container pieno di lingotti d’oro). Ma tanto bastò per dare la stura agli “appelli”.

Perché queste “notizie” non furono subito classificate come menzogne di guerra (al pari, ad esempio di come fu fatto per le “incubatrici rubate nel Kuwait dai soldati di Saddam”) ma diedero vita, anzi, in Italia alle prime manifestazioni contro Gheddafi? Intanto perché Gheddafi aveva il torto di apparire alla “sinistra” italiana come “amico di Berlusconi”, il che era un buon motivo per toglierselo davanti a tutti i costi. Ma ci sono altre più importanti motivazioni, sulle quali ci soffermeremo in seguito.

Ma, prima, – per capire la fogna mediatica nella quale siamo immersi – ricordiamo le “fosse comuni dove Gheddafi faceva seppellire gli oppositori uccisi”. Oggi tutti sanno che si tratta di una bufala; ma, a dire il vero, le inoppugnabili documentazioni che lo dimostrano circolavano su internet già nel gennaio 2011. Nonostante ciò le foto, “prova dei i crimini di Gheddafi” (in realtà, raffigurano lavori di routine nel cimitero di Ashaat) per due mesi (due mesi!) hanno troneggiato sugli schermi TV e sulle prime pagine dei giornali. Con la complicità di noti e strapagati (per quanto riguarda la RAI, da noi) giornalisti che, certamente, già sapevano la verità. E che, finita la guerra, per rifarsi una verginità politica hanno tenuto conferenze e incontri pubblici, dove – accolti a braccia aperte da non pochi allocchi di “sinistra” – hanno avuto la spudoratezza di dichiarare di essere stati “ingannati”. E forti di questa aureola, sono poi andati in Siria: altre bufale, altri appelli.

Molte altre bufale hanno spianato l’attacco militare alla Libia del 19 marzo 2011 (una per tutte: le “donne stuprate” come arma di guerra, ancora oggi attestata dalla Boldrini) e se sono state fatte proprie da gran parte della “sinistra”, ciò non è certo da addebitare alla sua dabbenaggine. Vale la pena di soffermarsi sugli aspetti politici – e, quindi, anche psicologici – della questione, anche perché se oggi le manifestazioni contro i massacri a Gaza o in Ucraina sono ridotti a ben poca cosa, la causa – a nostro avviso – è anche il non aver fatto i conti con il “peccato originale” del sostegno dato, da non pochi compagni e “democratici”, alla guerra alla Libia.

Intanto, come recitano le leggi della propaganda, una menzogna per diffondersi e radicarsi ha assoluto bisogno di un terreno già predisposto ad accoglierla. Fa testo a riguardo l’esaltazione – quasi una mitizzazione – delle “primavere arabe” che ha impedito di vedere come in molti casi queste siano state, in parte, teleguidate dall’Occidente, ad esempio, con l’utilizzo di cecchini che sparano indiscriminatamente su polizia e manifestanti (una tecnica già impiegata in Romania nel 1989; poi nel Venezuela 2002; poi in Ucraina nel 2004; poi in Egitto nel 2010; poi in Libia e Siria nel 2011… infine, nel 2014 a Kiev). Perché molti compagni non hanno voluto tener conto di episodi come questi (che pure venivano segnalati anche da siti internet non certo “rosso bruni)? Perché la stagnazione dei movimenti di lotta e la conseguente demoralizzazione aveva finito per generare l’illusione che, in fondo, non poi era così importante come veniva abbattuto un regime; l’importante era sostenere quella “rivoluzione” che, qui da noi non si era stati in grado di attuare. E anche per questo sono stati ribattezzati “rivoluzionari” personaggi altrimenti impresentabili ad una platea di compagni o – per parlare della Siria – presenziare a manifestazioni e fiaccolate in sostegno di altri “rivoluzionari” schierati su posizioni francamente abominevoli. Ugualmente sciagurato è stato affidarsi ciecamente alle dichiarazioni di ONG, ONLUS e varie “organizzazioni umanitarie” “presenti sul campo” che, un tempo – forse – meritavano una totale stima ma che, in molti casi, sono ormai diventate le vivandiere dell’imperialismo; soprattutto se, come accade in Italia, sono sempre più dipendenti per le loro attività – quasi a libro paga – dal Ministero degli Esteri.

Ovviamente, nelle mobilitazioni internazionaliste le cose non sono mai nettamente bianche o nere ed è certamente sbagliato addebitare ogni rivolta ad un “complotto” e additare, di conseguenza, chi le appoggia. Ma da qui a non voler vedere tutti quegli elementi che lasciavano presagire un diretto intervento militare dell’Occidente in Libia (primi tra tutti l’appoggio dei nostri governanti alle “rivolte” o la valanga di inequivocabili falsi riversati dalle TV) è molto peggio di una “disattenzione”. E, almeno oggi, dopo che è emersa la verità sulla essenza della “rivoluzione” in Libia, e la tragedia di quello che era un paese laico e relativamente florido trasformato in un abisso di miseria, violenze, integralismi, ci saremmo aspettati un generale ripensamento, in tutti, a cominciare dai firmatari degli appelli di cui sopra.

Così, (tranne rarissime eccezioni) non è stato. Anzi, è stato fatto di peggio. In una estrema sinistra che cerca come unica via di uscita al suo minoritarismo l’aggregazione, a tutti i costi, di rottami di questa, tenendosi strette organizzazioni assolutamente “filointerventiste” la parola d’ordine “contro la guerra” è stata, addirittura, bandita in tutte (ripetiamo, tutte) le manifestazioni nazionali che si sono svolte in Italia negli ultimi anni. Peggio ancora per chi, avendo appoggiato a tutti i costi la “rivoluzione libica” non è riuscito più a svincolarsi dal Qatar, che questa “rivoluzione” aveva finanziato. È il caso di Freedom Flottilla che – dopo la sfortunata, ed, ancora oggi, enigmatica, spedizione del 2010, capeggiata da tale Mahdi al-Harati (finito a fare prima il governatore militare di Tripoli e poi il capo di una banda di tagliagole in Siria) continua ad additare al pubblico ludibrio chiunque si permetta di dubitare della genuinità della “rivoluzione” libica o ad organizzare, come se niente fosse – insieme al PD, CGIL, “Un Ponte per” … – sempre più patetiche manifestazioni a sostegno di un’altra “rivoluzione” targata Qatar: quella siriana.

La Redazione di Sibialiria

 

 

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Mario Antomelli scrive:

E’ raro trovare parole che leggendo si condividono l’una dopo l’altra. Perfino una persona che tutti amiamo e stimiamo, Rossana Rossanda, in un editoriale sul ‘Manifesto’ del 9 marzo 2011 rimproverava, sotto il titolo ‘Parlare chiaro’, al giornale la sua esitazione nel sostenere la lotta contro il regime di Gheddafi, accusato giustamente di essere ‘un clan familiare’ di cui
augurarsi la caduta, non accorgendosi che la cautela aveva almeno due motivi, il fatto che si sarebbe scatenata una ‘guerra umanitaria’ di lì a poco, e che al ‘clan dominante’ si sarebbero opposte tribù il lotta tra loro.

Ma pochi giorni dopo, su ‘La Repubblica’, non un’amica, ma un avversario, Thomas. L. Friedman, che appoggiò la guerra in Irak salvo pentirsene, rilevava, fatto esperto, che ‘ in Medio Oriente esistono due generi di Stati: i “Paesi veri”, che vantano una lunga storia e forti identità nazionali (Egitto, Tunisia, Marocco, Iran) e le “tribù accorpate sotto una bandiera”. Nazioni dai confini tracciati in modo artificiale dai poteri coloniali, dove sono intrappolate miriadi di tribù e di sette… Libia, Iraq, Giordania, Arabia Saudita, Siria, Bahrein, Yemen, Kuwait, Qatar e Emirati Arabi Uniti.’

Ritorno alla geo-politica, ridotti a questo? Ma è appunto l’obbligo ad assumere i dati della geo-politica che indica la portata della nostra attuale sconfitta, una geo-politica che il mercato capitalistico attraversa nel momento stesso in cui le dà nuova attualità storica rendendo più difficile ogni visione universale della lotta politica.

E’ perché noi non siamo, siamo stati, capaci di lotta anticapitalistica, come sostiene la redazione di’Sibialibra’, che ci impasticciamo la bocca della parola democrazia, e andiamo in piazza alla ‘parola d’ordine’. senza visione di futuro, ‘restiamo umani’.

E perché sembriamo aver perso la memoria del centralità dell’imperialismo americano che sembriamo trascurare l’appoggio di piccole minoranze che nel mondo arabo (Tunisia, Algeria) conservano entro una prospettiva democratica l’odio antimperialista chiedendo all’Unione europea di instaurare rapporti politici di accoglienza, mentre siamo come divenuti come incapaci di parola su un sommovimento che trova nel Califfato di Siria e di Irak l’esito che unifica la logica tribale in una rivendicazione parareligiosa, con appoggio dell’Arabia saudita e degli Usa nella sua fase siriana, in un groviglio stratificato di azioni di violenza che ci vede consegnati all’iniziativa americana di dominio, che, in Ucraina, agisce per isolare il mondo arabo da ogni rapporto non dominato.

Certo è difficile, nella doppia gabbia che racchiude l’Unione europea, l’espansione NATO in cui si trova rinchiusa, e il trionfo progressivo di un diritto privato che tende a distruggere la solidarietà che restava almeno come simulacro nel diritto pubblico. Ma qui si gioca in nostro destino, e non solo il nostro, se vogliamo essere anche solidali con i popoli colpiti dalle guerre imperialiste, e per questo destino si devono trovare alleati nel nostro popolo, senza sentirsi ‘democratici’ solo per la dubbia e residuale fortuna che accompagna le nostre vite a differenza di quelle di altri gruppi o popoli.

Buona ragione ancora per cacciare dalla giuste manifestazioni di appoggio al popolo palestinese chi osi affermare l’identità tra sionismo e nazismo, mentre ciò in cui il sionismo di è disgraziatamente realizzato, entro l’ambito del capitalismo imperialista in cui è stato preso, è uno stato che partecipa della guerra permanente che il liberalismo conduce contro i popoli, e di cui noi siamo non meno responsabili, nella nostra stragrande maggioranza, noi italiani, inglesi, francesi, tedeschi, di quanto lo sia la maggioranza di Israele.

E’, insomma, il momento di assumere non solo la nostra futura povertà, ma la nostra responsabilità nella guerra imperialistica che la l’industria e la finanza neo-liberista impone al mondo. E di assumerla senza lottare, grottescamente, nei mezzi e nei comportamenti, per avere diritto di parola, qui e ora, entro istituzioni che si riformano per evitare di ammetterci.

Non c’è stata primavera, ci sono state e ci sono avvisaglie di inverno, non solo dove si combatte e si muore. E’ forse il caso, nella nostra azione, di tenerne conto, senza cadere nella tentazione del riot né in quella della controinformazione, ma in quella dell’appoggio alle situazioni di lotta in corso.

Sono conseguenze, a mio avviso, del nodo da cui ha potuto svolgersi l’appello di Sibialibra -a cui non voglio peraltro attribuirle- nei confronti dei troppi militanti sovente un po’ ‘militonti’ (non solo loro invero) che frequentano le manifestazioni: ‘In una estrema sinistra che cerca come unica via di uscita al suo minoritarismo l’aggregazione, a tutti i costi, di rottami di questa, tenendosi strette organizzazioni assolutamente “filointerventiste” la parola d’ordine “contro la guerra” è stata, addirittura, bandita in tutte (ripetiamo, tutte) le manifestazioni nazionali che si sono svolte in Italia negli ultimi anni.’

Kim Jong Un scrive:

Stesso discorso dicasi per la Corea del Nord additata dai sempre bavosi e striscianti media occidentali come il regno del male dove il suo sovrano dittatore mette a morte la fidanzata per un capriccio, salvo poi vederla rediviva e in buona salute alcuni giorni dopo. Notizie tremende sulla vita dei suoi cittadini. Tutta propaganda messa in campo da personaggi luridi; una cloaca informativa che serve per ottenebrare le menti. Il governo mendace delle falsità. Quello che Orwell aveva preconizzato anni or sono.
vimeo.com/102051605

swuami anand scrive:

questo vale per i 2 sprovveduti giornalisti o sedicenti tali.vedere troppa televisione fa male alle cellule cerebrali,informarsi vuol dire avere contatti sul campo non cercare notizie su facebook,i mercanti di morte vengono dalla stessa filosofia,le liste pro.libia libera sono la mafia istituzionalizzata della sinistra storica,guardiana e protettrice di tutto cio’ sia menzogna.arci,liberazione,unita’,sono una parte di quell’atlantismo che sta’ disintegrando il mondo.la verita’ non la volete sapere perche’ e’ scomoda e va contro ogni principio di razionalita’ borghese.dresda fu rasa al suolo a guerra finita come hiroshima,questi sarebbero argomenti posteriori ma cosi attuali,che basta poco per farsi un idea,basta alzare gli occhi al cielo e comprendere che non e’piu’ azzurro ma quasi bianco,velato da nubi innaturali.hanno avvelenato l’acqua l’aria,la terra con i suoi meravigliosi frutti,e la menzogna e’ sempre li’,olindo de pretto formulo’ 2 anni prima,del celebre scopritore, la teoria della relativita’,da dove viene la menzogna?questo smarcarsi,chiedere scusa,essere in buona fede,e’ un bel po’ cinico,vuol dire non avere una visione neutrale degli eventi,la libia come la siria e l’irak,erano nazioni sane,con problemi interni simili a tutto il mondo,aver disintegrato prima l’irak poi la libia e poi si sono trovati di fronte al popolo siriano,che con il sacrificio di un intera nazione sta combattendo una battaglia solitaria contro i mostri finanziati non solo dall”occidente.non a caso le ultime esercitazioni militari usa interne hanno riguardato una possibile battaglia contro gli zombie.questa guerra sacrificale va al di la’ del razionale.spero lo comprendiate.vi auguro ogni bene.sw.an.

lorenzo scrive:

Spararono sulla folla a Kiev, erano cecchini della CIA
http://www.osservatorioglobale.it/spararono-folla-kiev-erano-cecchini-cia/
[Vilnius] A uccidere non furono le truppe russe.
http://www.lavocedellevoci.it/grandifirme1.php?id=209
e come dimenticare il vergognoso e anticostituzionale appello di Giorgio 2° che fece superare le titubanze dell’Impunito? come trattenere lo schifo?

Marco Palombo scrive:

Faccio parte della redazione di Sibialiria e il 23 febbraio ero in via Nomentana davanti all’ Ambasciata libica per manifestare contro le sanguinose repressioni. Ero abbastanza disorientato dalla situazione e poco informato , ma, arrivato a casa, la notizia di 10.000 persone uccise dai bombardamenti del governo libico mi convinse di aver fatto quel pomeriggio una cosa giusta. La notizia della gigantesca strage molto presto risultò falsa. Non mi convinse invece la risoluzione ONU e ricordo un articolo di fondo di F.Amato su Liberazione, quotidiano del PRC, dal titolo “Quella sciagurata risoluzione ONU che porterà alla guerra”. Sbagliare una valutazione è umano, quello che però è imperdonabile è che tutti i pacifisti hanno disapprovato a parole i bombardamenti, ma nessuno ha manifestato contro di essi, a parte le primissime settimane, nei sette mesi in cui le bombe Nato hanno colpito la Libia (compreso F.Amato). Ed è impedonabile anche il silenzio di tutti (io e lei siamo due eccezioni) sull’ errore di valutazione all’ inizio della rivolta.

Lirio Bolaffio scrive:

Non ricordo di aver firmato appelli, ma ricordo che nel febbraio-marzo 2011, in base alle informazioni che avevo sulla Libia (come su Tunisia ed Egitto) ritenevo che la rivolta nata a Benghazi fosse spontanea e di popolo. E auspicai come molti altri un intervento autorizzato dall’Onu per fermare quella che veniva descritta nel mainstream come una repressione sanguinaria che poteva portare a una strage nel centro cirenaico se Tripoli avesse fatto uso dell’aviazione militare (dunque pensavo che bisognava prevenirli per mezzo di una no-fly zone). Non credevo che la rivolta potesse essere stata provocata o armata dai servizi segreti occidentali. Ma immaginavo che i rivoltosi avessero richiesto aiuto all’estero per vincere lo scontro. E simpatizzavo per quella che era stata fino a quel momento una rivoluzione non violenta a Tunisi ed al Cairo. I successivi fatti di Siria (dove le armi degli arsenali libici post-Gheddafi arrivavano per armare gruppi jihadisti finanziati da potenze straniere) mi hanno aperto gli occhi e mi hanno fatto cambiare totalmente idea sulla militarizzazione delle rivolte. Pertanto, sento anche mia la colpa dell’attuale caos libico e delle conseguenze in Siria. Vorrei davvero chiedere scusa e perdono al popolo libico e a quello siriano per quanto ho (ed abbiamo) permesso e sollecitato (sebbene in perfetta ed ingenua buona fede) come opinione pubblica italiana.

CNJ onlus scrive:

Molto opportuno. Una sola aggiunta: i “cecchini che sparano indiscriminatamente su polizia e manifestanti” si videro anche a Sarajevo il 6 aprile 1992. E non erano serbi.