Risultati delle guerre “umanitarie”: l’Iraq nel baratro

21Le  bande dell’ISIS (Stato Islamico dell’Iraq e del Levante) affiliate ad Al Queda hanno occupato Mosul, la seconda città dell’Iraq, quasi due milioni di abitanti, e controllano l’intera provincia Sunnita di Ninive. Anche Tikrit, la città natale di Saddam Hussein, è caduta e le bande di fanatici islamici sunniti sono alle porte di Kirkuk, massimo centro petrolifero del paese. Anche Fallujah, nella provincia di Anbar (la provincia Sunnita per eccellenza) è sotto il loro controllo e il capoluogo Ramadi è sotto attacco, così come una delle città sacre agli Sciiti, Samarra, nella provincia di Diyala. Centinaia di migliaia di civili sono in fuga disperata. A Bagdad si susseguono sanguinosi attentati che falcidiano i quartieri Sciiti.

Le bande dell’ISIS sono le stesse che nella vicina Siria hanno occupato l’intera provincia di Raqqa e che hanno rapito e probabilmente ucciso il gesuita Padre Dall’Oglio, vittima anche delle sue illusioni (nei suoi periodi di permanenza in Italia e durante i viaggi negli USA aveva sempre esaltato i jahadisti paragonandoli ai partigiani italiani). Anche i Kurdi della Siria, che hanno creato una loro zona autonoma nel Nord, sono sotto attacco da parte dell’ISIS.

Questo drammatico sviluppo è certamente l’ultimo frutto avvelenato della politica aggressiva ed avventata degli USA e dei suoi alleati (NATO, UE, Turchia, Arabia Saudita, Qatar) nel Vicino Oriente e in Africa Settentrionale contro i regimi laici-nazionalisti e modernizzatori.

Già con la Prima Guerra del Golfo (1990-91) l’Iraq, che sotto la direzione del partito laico- nazionalista e socialisteggiante Baath, aveva raggiunto un notevole grado di sviluppo e di indipendenza economica, aveva ricevuto un colpo durissimo. Tuttavia nei 12 anni seguenti il governo baathista di Saddam Hussein, certamente autoritario, ma anche capace di attuare un’attenta distribuzione delle risorse tra la popolazione nonostante il feroce embargo imposto dagli Statunitensi, era riuscito a mantenere la difficile unità di un paese diviso tra musulmani Sunniti e Sciiti e minoranza Kurda, ed inoltre frazionato in tribù e clan locali.

Con la Seconda Guerra del Golfo del 2003, scatenata dagli USA e dai loro alleati – gli Inglesi di Tony Blair –  sulla base di evidenti menzogne (la presunta presenza delle famose “armi di distruzione di massa”), l’Iraq era definitivamente fatto a pezzi sfruttando anche l’ostilità nei confronti del regime Bahatista degli Sciiti appartenenti ai partiti di ispirazione religiosa (SCIRI e Dawa) e dei Kurdi nel Nord, sfruttando il vecchio adagio “divide et impera”.

La distruzione del paese ricorda quella poi operata in Libia nel 2011 e quella che si sta tentando – per procura – in Siria, dove però il governo e l’esercito nazionale stanno opponendo una fiera resistenza.

Dopo la caduta di Saddam gli occupanti hanno tentato di imporre alla presidenza una loro creatura: prima l’imprenditore Chalabi, coinvolto in uno scandalo finanziario in Giordania,  poi lo sciita  laico Lyad Allawi, vissuto per anni in esilio come oppositore. Contemporaneamente è stata formata una Commissione, il cui vice-presidente era l’attuale Primo Ministro Al-Maliki, con il compito di epurare tutti i funzionari civili dello stato e gli ufficiali dell’esercito compromessi con l’ex-partito di potere Baath e appartenenti soprattutto alla comunità Sunnita, ma anche alla parte più laica della comunità Sciita. E’ stata così completamente smantellata l’intera struttura statuale irachena e l’esercito che era uno dei più grandi ed efficienti del Vicino Oriente, con conseguenze che oggi si rivelano disastrose.

Mentre, a partire dal 2004, nelle province Sunnite si scatenava la rivolta contro gli occupanti, condotta inizialmente dallo stesso Baath, i due clan kurdi del Nord (quello legato alla famiglia Barzani nella provincia di Irbil e quello legato a Talabani nella provincia di Suleymaniyya) formavano in pratica uno stato autonomo nel Nord, mentre a Bagdad e nel Sud dominavano i partiti confessionali e le relative milizie Sciite: il partito SCIRI (Consiglio Supremo della Rivoluzione Islamica in Iraq) guidato da Abd Al-Aziz Al-Hakim con la sua spietata milizia Badr,  l’altro partito Dawa, e il movimento più radicale e filo-iraniano guidato da Muktada Al-Sadr, la cui milizia si scontrava ripetutamente anche con le truppe di occupazione statunitensi.

Nel 2005 veniva eletto presidente il kurdo Talebani, mentre le elezioni del dicembre vedevano il trionfo dei partiti confessionali Sciiti (coalizzati in un’Alleanza Irachena Unita) che imponevano come primo ministro Ibrahim Al-Jahafari, esponente dello SCIRI. Veniva varata anche una nuova costituzione, tra i cui principali redattori figurava anche l’attuale Primo Ministro Al-Maliki, costituzione rifiutata dai Sunniti, che avevano anche boicottato le elezioni e che proseguivano la rivolta armata.

Nel corso del 2006, su pressione statunitense, Al-Jahafari, considerato troppo radicale e filo-iraniano, era sostituito dal più malleabile Al-Maliki (esponente di Dawa) che già quando era in esilio negli anni ’90 aveva fatto parte di un autonominato Congresso Nazionale Iracheno all’estero, sostenuto dagli USA.

Il 2007 vedeva un affievolirsi della guerriglia antiamericana, grazie anche alla nuova strategia attuata dal Generale Petraeus (successivamente divenuto capo della CIA e poi travolto da uno scandalo nel 2011) che consisteva nel fare concessioni alle tribù locali Sunnite e alle loro milizie locali per isolare i combattenti. Negli anni successivi, a causa anche dell’atteggiamento settario dei partiti confessionali Sciiti al governo (mentre il Baath laico, pur basandosi maggiormente sui Sunniti, aveva dato spazio anche agli Sciiti più laici, specie nell’esercito) fallivano i tentativi di ricreare un clima di riconciliazione nazionale. Nel Nord soprattutto il clan kurdo Barzani, alleato dei Turchi e infiltrato da agenti israeliani, faceva una politica sempre più distaccata dal resto del paese, attuando contemporaneamente anche una politica di ostilità nei confronti dei più radicali Kurdi della Siria guidati dal partito PYD e fredda verso quelli della Turchia guidati dal PKK.

L’attuale inarrestabile avanzata di Al Queda nelle province Sunnite del Nord e dell’Ovest è il frutto dello sfascio del vecchio solido apparato statale e militare del Baath e delle insanabili divisioni confessionali interne che il governo Al-Maliki, oscillante tra l’allenza con gli USA e il buon vicinato con l’Iran, non ha saputo o non ha voluto sanare. Le comunità Sunnite, decaduto anche il ruolo ideologico e politico unificante del Baaath, si sono aperte all’influenza estremista e fanatizzante dell’ISIS e di altri gruppi qaedisti. Dopo l’Afghanistan, la Somalia, la Libia, l’apprendista stregone statunitense continua a portare interi popoli al macello e alla distruzione.

 

Enzo Brandi

 

Nota della Redazione

Invece delle inevitabilmente truculente immagini che siamo costretti a mettere a corredo dei nostri articoli, qui il bassorilievo di sbalorditiva bellezza “La caccia ai leoni del re Assurbanipal” proveniente dalle rovine di Ninive, nei pressi l’odierna Mosul, e oggi esposto al British Museum di Londra. Per ricordare il perpetuarsi della rapina che subisce il popolo irakeno e questo territorio considerato, a ragione, la culla della Civiltà.

 

 

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Luca ha detto:

Articolo molto equilibrato che coglie i punti salienti del tentativo di esportazione della Democrazia per via militare.
Dopo aver letto per anni nei giornali italiani che l’alleato guerrafondaio degli americani era Berlusconi, finalmente leggo la verità gli alleati erano gli inglesi di Tony Blair, che parteciparono con un terzo sia di uomini che di mezzi.
Ora mi chiedo ma Tony Blair, oltre che il capo del governo britannico, chi era? Blair mi sembra fosse anche uno dei massimi esponenti dei socialdemocratici europei, nella cui area orbitavano, D’Alema, Prodi e tutto il centro sinistra italiano. Romano Prodi all’epoca Presidente della Commissione Europea, cosa fece di concreto per far desistere Blair dall’avventura militare in Iraq? Praticamente nulla, avrebbe potuto far assumere una posizione comune a tutta la UE e richiamare fermamente Blair a rispettare tale decisione ma non lo fece, si limitò a dichiarare la sua contrarietà personale, come un qualunque cittadino, ma nulla fece. Almeno a Berlusconi va dato atto che ancora a pochi giorni dall’avvio del massacro invitò il vice Presidente dell’Iraq in Italia e cercò di trovare una soluzione, ma non ci fu nulla da fare, gli USA grazie all’appoggio britannico, avevano già deciso di spazzar via Saddam e l’Iraq assieme. Sei mesi dopo l’Italia inviò un contingente di pace per aiutare a salvare dal caos un paese allo sbando ed in balia della criminalità e del terrore, in cui l’avevano da subito scaraventato USA e GB. Contingente italiano mandato in tenuta da passeggio, nonostante dovesse operare in un teatro di guerra e di terrore, illuminante a tal proposito la vicenda dei 4 sottoufficiali portati alla sbarra per diserzione(o simile), in quanto si rifiutarono di eseguire operazioni di monitoraggio con elicotteri aperti non dotati di protezione contro le mitragliatrici ostili, poi assolti perchè nel corso del processo uno dei militari che volo al loro posto fu colpito da fuoco ostile, confermando tragicamente quanto sostenuto dai quattro sottoufficiali e finalmente i vertici, decisero che era il caso di inviare elicotteri attrezzati per scenari di guerra.
Se anzichè condannare le persone, giudicandole dal proprio contesto comodo e privelegiato, prima ci si immedesimasse in esse e nel loro habitat, forse si avrebbe una visione del mondo assai diversa. Quando nella prima del golfo Bush padre si fermò alle porte di Baghdad, lo fece perchè sapeva benissimo che abbattere Saddam significava gettare l’Iraq nel caos, 13 anni dopo cosa cambiò? Sembra evidente che cambiarono i fini, si ragionò più in termini d’interesse personale e di parte che d’interesse generale e del mondo.
Ci si dovrebbe chiedere come mai, scoppiano tutti questi conflitti, in un momento storico, in cui tutto lasciava trasparire un passaggio incruento dalla varie dittature alla democrazia, vedasi Libia, Egitto, oltre lo stesso Iraq. Che sarebbero state democrazie solide, in quanto generate da un processo di maturazione popolare, le attuali vediamo cosa sono, un accozzaglia di capi tribù, guerrafondai, il popolo non si sa nemmeno dove sia di casa, con Gheddafi la percentuale di studenti universitari era pari a quella dell’Italia ed il 60% erano donne. Quante ragazze frequentano l’Università in Libia oggi? Sotto Gheddafi il reddito pro capite dei libici era 5 volte quello dei vicini tunisini ed oggi quant’è?
Purtroppo il dubbio sorge spontaneo, ma non è che fa più comodo avere dei governi deboli, democratici di facciata, ma in fondo poco attenti allo sviluppo sociale, economico e culturale della massa della popolazione? In fondo se le masse popolari vengono tenute ai margini, quasi fossero delle marionette da usare a piacimento, diventa molto più semplice trattare coi fantocci ai vertici del potere e far valere la legge del più forte.