Il massacro di Ma’an

unnamedMa'an è una cittadina alawita a nord-est di Hama di circa 5000 anime, circondata da diverse città occupate dalle bande armate d'opposizione estremiste. Una sola via principale collega Ma'an con il resto della Siria. Una strada in questi mesi insanguinata da decine di vittime di cecchini, perlopiù donne, uscite a fare acquisti per le loro famiglie.

Il 9 febbraio si è consumato un nuovo terribile massacro nella cittadina (ancora una volta alla vigilia di un incontro internazionale, visto che il 10 febbraio era la data prescelta per il secondo turno di colloqui tra la delegazione governativa e quella della coalizione a Ginevra): decine di miliziani delle “Brigate liberi del Levante” e del "Fronte islamico", sostenute e finanziate dall'Arabia Saudita, hanno devastato Ma'an, bombardando pesantemente l'area con razzi e armi pesanti. Abitazioni distrutte e civili massacrati, questo l'esito delle lunghe ore di scontri con i comitati popolari adibiti alla protezione del villaggio. Gli assassini sono poi saliti sui tetti delle case al grido tristemente noto di "Allah Akbar!" (Dio è grande).

“Per prima cosa abbiamo sentito “Allah Akbar!”, hanno gridato per un'ora mentre tenevano i fucili da caccia, altri avevano armi militari. Ci siamo rifugiati nelle nostre case. Le grida sono state accompagnate da esplosioni. La nostra casa era opposta alla zona orientale, così ci hanno colpito con colpi di mortaio, parti della casa sono crollate e le macerie ci hanno colpito”, racconta Mohammed a BreakingNews. “Alcuni degli aggressori indossavano un costume simile a quello afgano, il loro dialetto non era simile a quello locale. Sono entrati in casa di mio zio. Aveva 80 anni. Sono saliti sul suo tetto e lo hanno utilizzato per lanciare mortai sulla città. Mio cugino ha nascosto i figli e si è arrampicato sul tetto con un fucile. Lo hanno ucciso insieme alla moglie. Li hanno massacrati davanti ai loro due bambini, che hanno poi dovuto affrontare la stessa sorte”, conclude commosso.

“Verso le 10 del mattino ho chiamato la mia famiglia”, racconta ad Al-Manar Ali Khaddour, testimone indiretto della tragedia che ha perso ben 8 familiari quel giorno “Mia sorella mi ha risposto dicendo: sono alla porta. Non ho potuto capire nient'altro. Un mio amico ha telefonato a mio fratello. Gli ha detto che erano nella piazza del villaggio a gridare Allah Akbar! Ho chiamato mio padre. Un miliziano ha risposto: l'abbiamo sgozzato. Uno sconosciuto ha risposto al telefono di mio fratello: è morto, mi ha detto. Sono tutti morti, che Dio abbia pietà di loro. Sono stati tutti sgozzati senza alcuna resistenza. Erano 4 sorelle e 2 fratelli”.

Vergognosamente, sin dalle prime ore, il cosiddetto “Osservatorio siriano per i diritti umani” di Londra etichetta le vittime – riducendone il numero a 25 – come “combattenti” per “la maggior parte”, aggiungendo che “le forze del regime hanno evacuato i civili del villaggio prima dell'attacco da parte dei battaglioni islamici”. Ma non spiegano come mai almeno 11 dei primi 21 nomi diffusi sono donne (Fatima Khaddour, Ahlam Khaddour, Fariza Khaddour, Souad Khaddour, Raïfah Khaddour, Mahassen Khaddour, Fatoum Khaddour, Wessal Nasser Zarifa Chaher, Jawaher e Umm Haydar, moglie del martire Abu Taher) né come mai 11 appartengono alla stessa famiglia (i Khaddour).

In realtà già nelle ore successive appare evidente come il numero delle vittime, tra cui compaiono anche molti bambini e anziani, sia più elevato. L'agenzia ufficiale Sana parla di 42 uccisi, ma ancora oggi, a una settimana di distanza, risultano un'ottantina i dispersi.

C'è anche chi ha voluto parlare del massacro come "effetto collaterale" dell'imponente offensiva dell'esercito arabo siriano nella città chiave di Yabroud, snodo strategico lungo confine con il Libano per il passaggio di armi e armati. E chi, invece, ha collegato il fatto a una volontà di alimentare il malcontento popolare suscitato dagli accordi che stanno portando centinaia di persone – tra cui molti elementi delle bande armate – a lasciare la zona vecchia di Homs e aiuti umanitari all'interno del quartiere (è bene ricordare, infatti, che in quegli stessi giorni gli abitanti di al-Zahra a Homs hanno tenuto manifestazioni di protesta perché nella zona vecchia della città ormai sono rimasti sono bande armate e loro familiari e sono contrari a questo “occhio di riguardo” che la comunità internaizionale ha voluto riservare a quella particolare area, dimenticandone altre ben più delicate).

Persino il segretario generale dell’ONU, Ban Ki-moon, ha scelto di esprimersi in merito, affermando di essere “scandalizzato” dal massacro: ''La notizia del massacro è stata un grande shock. I colpevoli devono essere arrestati e portati di fronte alla giustizia''. Salvo poi far cadere nuovamente un pesante velo di silenzio.

E pensare che non è la prima volta che questa cittadina viene attaccata. Già il 24 dicembre del 2012 le bande takfire aveva fatto visita agli abitanti di Ma'an.

“C'era un matrimonio e hanno colto l'occasione per entrare in alcune case vuote. Hanno attaccato tre giorni dopo uccidendo decine di civili, tra il silenzio dei media”, ha raccontato un giovane testimone che in quel attacco aveva perso la madre, quattro fratelli e un cugino e che, per un destino beffardo, è stato colpito e mutilato permanentemente in questo nuovo attacco. “Mia madre e le mie sorelle erano nascoste nel seminterrato di casa nostra, i terroristi sono entrati. Hanno tagliato le mani di mio cugino e macellato le mie sorelle e mia madre … Una settimana dopo abbiamo ricevuto i corpi, li abbiamo sepolti nella città di Salhab. Mia madre era una semplice donna anziana, la sua gioia più profonda era stata cucinare per tutto il villaggio all'alba."

"Ci siamo abituati al nostro sangue versato dagli infedeli, dopo le grida di Allah Akbar! Quello che è successo di recente è il secondo attacco, affogato dal silenzio di coloro che agiscono come protettori della giustizia e dei diritti umani", conclude tristemente Firas. Purtroppo, non possiamo dargli torto.

Pierangela Zanzottera

P.S. Nell’immagine che accompagna l’articolo due delle vittime del massacro

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