LA “TERZA VIA” DEI KURDI DELLA SIRIA E LA CONFERENZA DI GINEVRA

l43-curdi-guerra-siria-130913162625_bigIl 9 ottobre scorso Hassan Muhammad Alì, responsabile degli Esteri del principale partito Kurdo della Siria, il PYD (Partito di Unità Democratica), ha esposto in una pubblica conferenza a Roma la situazione delle zone kurde del paese e le aspirazioni politiche di questa minoranza etnica che rappresenta circa il 10% della popolazione della Siria. Altre interessanti informazioni erano contenute nell’opuscolo edito a Bruxelles del KNK (Congresso Nazionale del Kurdistan), tradotto in italiano a cura dell’UIKI che è l’ufficio di informazione dei Kurdi in Italia.

 I Kurdi della Siria sono concentrati nel Nord del paese in una striscia che si estende lungo i 700 Km della frontiera con la Turchia. Questa zona è chiamata dai Kurdi Kurdistana Rojava, ovvero Kurdistan Occidentale, mentre l’adiacente zona kurda della Turchia, dov’è concentrata la maggior parte di questo popolo è chiamata Kurdistan Settentrionale e la zona kurda verso Sud-Est, posta all’interno dell’Iraq è chiamata Kurdistan Meridionale. Quartieri kurdi isolati sono presenti anche all’interno delle città di Aleppo e Damasco.

Fin dal luglio del 2011, profittando dello scoppio della guerra civile in Siria, e del ritiro dell’esercito nazionale siriano dal Nord, gli autonomisti kurdi hanno esteso il loro controllo su gran parte delle tre principali zone kurde: la zona di Cizre ad Est, ricca di petrolio e di grande importanza strategica in quanto posta all’incrocio delle frontiere di Turchia, Iraq e Siria; la zona di Kobanè, posta al centro presso il fiume Eufrate, e la zona di Efrin posta ad Ovest. Vi erano stati in passato alcuni scontri tra autonomisti Kurdi ed esercito siriano già negli anni precedenti la crisi attuale (nel 2004) e all’inizio della crisi del 2011, ma poi l’esercito si è ritirato in pratica senza combattere lasciando ai Kurdi la possibilità di creare l’autogestione del territorio definita “autonomia democratica”, cui partecipano anche minoranze Arabe, Assire, Armene. E’ stata creata una forza di difesa (YPG) e formata un’Assemblea Nazionale Kurda per la Siria (ENKS), cui partecipano oltre al PYD altri 15 partiti minori. Sul piano internazionale è stato creato un Alto Consiglio Kurdo cui partecipano anche Kurdi dell’Iraq e della Turchia.

Il PYD è un partito nazionalista ma di tendenze marxiste-leniniste, come l’omologo partito della Turchia PKK (Partito dei Lavoratori Kurdi), e riconosce l’autorità di Abdullah Ocalan, la cui effige era ben presente durante la conferenza. Il rappresentante del PYD ha tenuto a precisare che al primo posto nei programmi del partito sono l’istruzione (anche in lingua kurda), l’emancipazione e la partecipazione attiva delle donne, e la difesa della laicità dello stato. Quindi il PYD, pur impegnato in quella che è stata definita una “terza via” tra il nazionalismo arabo rappresentato dal partito Baath e i gruppi di opposizione islamica, oggi considera come suo nemico principale i gruppi Jahadisti e legati ad Al Queda cui nega il passaggio attraverso il suo territorio.

Di conseguenza si sono intensificati gli scontri con i gruppi armati che intendono creare un califfato islamico in Siria. Dietro questi gruppi agisce la Turchia, dai cui confini affluiscono le bande armate che tentano di destabilizzare la Siria.

Per isolare e piegare la resistenza degli autonomisti Kurdi della Siria, considerati come un’emanazione del PKK di Ocalan che conduce da 20 anni una guerriglia autonomista in Turchia, la Turchia stessa ha svolto sia un’azione diplomatica che economica e militare.

Sul piano diplomatico la Turchia ha fatto pressioni sui partiti kurdi dell’Iraq, in particolare sul PDK (Partito Democratico Kurdo) che fa capo al clan Barzani, e sul partito Azadi (Unione per la Libertà), partiti in cui sono forti le influenze turche, statunitensi ed israeliane avendo queste formazioni partecipato alla guerra contro Saddam Hussein. Il ministro degli Esteri turco Davutoglu, recatosi ad Erbil, capoluogo del Kurdistan iracheno, ha ottenuto che il PDK fosse invitato a Doha nel Qatar nell’ambito degli incontri dell’opposizione siriana, mentre il PYD veniva escluso, così come il gruppo dell’ex comunista Mennaa. Addirittura, nonostante il fatto che PYD e PDK facciano parte entrambi dell’Alto Consiglio Kurdo, i Kurdi iracheni di Barzani dal maggio del 2013 partecipano all’embargo economico imposto dalla Turchia contro le zone kurde della Siria, embargo attuato persino mediante l’elevazione di un muro che separa la città kurdo-siriana di Qamishlo da quella turco-kurda di Nusaybin, che formano un’unica conurbazione. Vi sono stati persino scontri armati tra militanti del PYD e quelli del PDK e di Azadi, alleati di fatto con i gruppi Jahadisti ed i Turchi. Nonostante questi scontri, I Kurdi siriani continuano ad invocare l’unità di tutta la nazione kurda, contando anche sulla vicinanza ideologica e politica con il PKK della Turchia.

Sul piano militare, bande jhadiste sostenute dai Turchi hanno attaccato in forze nell’ottobre del 2012 la zona di Efrin ed i quartieri kurdi autogestiti di Aleppo. In novembre è stata attaccata la zona di Cizre. Gli attaccanti sono stati sempre respinti e sono stati costretti ad accettare una tregua, ma poi sono tornati all’attacco nel 2013 con l’aiuto di soldati turchi e jahadisti stranieri. Tre militanti di Al Queda tunisini catturati hanno confessato di essere passati attraverso la Turchia con il pieno appoggio delle autorità turche. Gli attaccanti, definiti da Hassan “gruppi barbarici” che distruggerebbero l’intera Siria in caso di vittoria, e non solo la zona kurda, e comprometterebbero per sempre l’equilibrio pacifico tra le 17 confessioni ed etnie che finora ha caratterizzato il paese, hanno ucciso o rapito centinaia di civili kurdi o di altre etnie, ma infine sono stati nuovamente respinti.

Alla fine il rappresentante del PYD ha sottolineato che i Kurdi aspirano all’autonomia ed al riconoscimento dei loro diritti all’interno di uno stato siriano rinnovato, pluralista, laico e democratico. Per questo sono pronti a sedersi ad un tavolo di trattative con i rappresentanti del governo ed a partecipare all’annunciata Conferenza di Ginevra cui sono stati ufficialmente invitati dalla Russia, di cui approvano la politica di pace. Gli USA propongono invece di invitare come rappresentante dei Kurdi l’ex presidente del Consiglio Nazionale Siriano ed ex comunista Seyda, personaggio di cui la comunità Kurda non si fida minimamente per la sua compromissione con l’opposizione jahadista, mentre non ha una cattiva opinione dell’altro ex comunista Mennaa, che risulta anche lui ora completamente emarginato nell’ambito della cosiddetta opposizione.

L’opposizione autonomista kurda appare quindi come un’opposizione dialogante disponibile a trattare con le forze che sostengono l’attuale governo (che già due anni fa aveva fatto importanti concessioni, come quella di riconoscere la cittadinanza ad un gran numero di Kurdi immigrati ed ammettere per legge il pluralismo multipartitico nel paese). Non si può dire lo stesso della variegata opposizione armata, ormai divisa in almeno tre tronconi in lotta tra loro, con i gruppi laici e liberali ormai sempre più emarginati ed il cosiddetto Esercito Libero Siriano sempre più debole e diviso, che non sembra intenzionata a partecipare ad alcuna trattativa. Ormai la strategia di queste forze, tuttora sostenute da Turchia e Arabia Saudita e più debolmente da Qatar, USA e Francia, sembra piuttosto quella di creare un’instabilità permanente, il blocco economico del paese ed il caos.

 

                                         Vincenzo Brandi

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