Libia, un anno dopo

Libia, un anno dopo. Nessun media, nessuna organizzazione, nessun governo si sono mai scusati per le menzogne che portarono alla guerra il 19 marzo 2011

Marinella Correggia

La vicenda libica è stata la Caporetto della verità (per usare l’azzeccata definizione di Giovanni Lazzaretti in una lettera ad Amici del Timone di Ferrara, il 7 giugno 2011). Un micidiale corto circuito fra media, Onu, Ong, governi occidentali e petromonarchici, ma anche movimenti, tutti ad amplificare la propaganda dei “ribelli” (fra i quali molti ambasciatori libici in capitali cruciali). Sulla base di una “frode iniziale” (http://globalresearch.ca/index.php?context=va&aid=26848), la notizia di un genocidio che sarebbe stato ordinato da Gheddafi e che non è mai avvenuto, fra febbraio e marzo 2011 furono varate due risoluzioni Onu con l’imposizione di sanzioni e no-fly zone, la Libia fu espulsa per indegnità dal Consiglio dei diritti umani Onu, Gheddafi e altri furono deferiti al Tribunale penale internazionale, e soprattutto fu avviata una guerra di bombe durata fino a ottobre. Nessun media si è mai scusato per aver diffuso – allora e per i mesi successivi – notizie infondate e nessun governo si è scusato per aver scatenato una guerra su questa base.
Ecco una cronologia minima, per non dimenticare. Perché la delirante copertura mediatica dei primi giorni si è rivelata cruciale.
Il 21 febbraio la tivù qatariota Al Jazeera denuncia (con risonanza planetaria): “Aerei da guerra ed elicotteri bombardano manifestanti in alcuni quartieri di Tripoli”. Il mondo insorge. Ban Ki Moon si dice “oltraggiato”. Veramente i satelliti militari russi – e di certo anche i satelliti occidentali  – che monitorano la situazione fin dall’inizio non hanno rilevato nulla (http://rt.com/news/airstrikes-libya-russian-military/). Del resto, riprese video e visite di testimoni nei quartieri interessati non mostrano distruzioni (www.globalresearch.ca/index.php?context=va&;aid=24492). Ma che importa?
Il 23 febbraio è la volta della madre di tutte le bugie, il twitter fatale che entra nel subconscio del mondo. Lo lancia Al Arabiya, altra tivù satellitare petromonarchica, ripreso urbi et orbi (http://www.ansamed.info/en/libia/news/ME.XEF93179.html; http://www.rainews24.rai.it/it/news.php?newsid=150371): “la repressione in Libia ha già fatto diecimila morti e 55mila feriti”. Le prove? Nessuna.  Niente video, né nomi: “di questi 10-15.000 morti, non ne abbiamo visto uno” (http://www.youtube.com/watch?v=vE-xyx8CUwg&feature=related). Eppure da Gaza, pur povera di mezzi tecnologici, durante l’attacco israeliano del 2008, di immagini ne furono mandate molte…
E qual è la fonte del magico twitter? Un “membro libico della Corte Penale internazionale, Sayed al Shanuka”, che parla da Parigi . Ma è un impostore. Il 24 febbraio arriva la smentita da parte della stessa Corte Penale internazionale (non certo tenera con Gheddafi): “Mr Sayed Al Shanuka (or El-Hadi Shallouf) è presentato dai media come membro della Corte penale internazionale. La Corte desidera chiarire che questa persona non è membro dello staff né può parlare a nome della Corte”(www.icc-cpi.int/NR/exeres/8974AA77-8CFD-4148-8FFC-FF3742BB6ECB.htm)”.
Negli stessi giorni, un “filmato del 22 febbraio” di One World mostra la “fossa comune”: morti fatti dai fedeli di Gheddafi sarebbero inumati sommariamente su una spiaggia dopo i massacri ordinati da Gheddafi. Il Telegraph rilancia la notizia. Tutti la riprendono. In Italia soprattutto (http://video.repubblica.it/dossier/libia-rivolta-gheddafi/fosse-comuni-a-tripoli-per-i-manifestanti-morti/62716/61416). Però, come viene dimostrato già il 24 febbraio (www.mentecritica.net/fosse-comuni-in-libia-un-falso-costruito-ad-arte-google-maps-lo-dimostra/mente-critica/no-one/latest/kurt/19782/), il video era stato girato nell’agosto scorso nel cimitero Ashat dove si stava svolgendo una normale operazione di rinnovamento del suolo e spostamento dei resti, una pratica abituale e comune, ogni 10 o 20 anni. Ma non se ne accorge nessuno.  C’è una sollevazione generale dei pacifisti e degli umanitari.

Il 24 febbraio settanta “organizzazioni non governative” indirizzano no a Ban ki Moon, a Obama e alla ministra europea degli Esteri Ashton  l’unica petizione ascoltata della storia delle relazioni internazionali (http://www.unwatch.org/site/apps/nlnet/content2.aspx?c=bdKKISNqEmG&b=1330815&ct=9135143). Il tutto è promosso da Suleiman Bouchuiguir della Lega libica per i diritti umani, attualmente ambasciatore a Berna, dall’organizzazione Usa UN Watch (che due anni prima si era risentita per la denuncia libica dei…mercenari in Iraq!) e dal National Endowment for Democracy (Ned), non è proprio una Ong bensì il potente organismo statunitense che con la scusa della democrazia e dei diritti umani destabilizza i regimi scomodi (ebbe un ruolo anche nell’appoggiare nel 2002  i golpisti falliti a Caracas, contro il governo di Hugo Chavez). Spiccano varie organizzazioni attive nella critica ai governi venezuelano, cubano e simili. Senza produrre uno straccio di prova, la petizione sostiene che il governo libico stia commettendo “crimini contro la vita” (citando la Dichiarazione universale dei diritti umani) e “crimini contro l’umanità” (come definiti dalla Corte penale internazionale); chiede un’azione internazionale contro la Libia, “usando tutte le misure possibili”, motivandolo con la dottrina “Responsabilità di proteggere” varata dall’Onu anni prima. La lettera è commovente: senza alcuna prova, parla di elicotteri e cecchini contro i manifestanti, artiglieria e killer che sparano, donne e bambini che per salvarsi si gettano dai ponti.

E il 25 febbraio, Bouchuiguir va dritto al Consiglio dei diritti Umani delle Nazioni Unite, a Ginevra, a esporre le accuse al governo libico. In luglio a Ginevra due giornalisti intervistano Bouchuiguir a Ginevra (http://www.youtube.com/watch?v=g_IU0d3WVu0); egli ammette che non aveva né ha alcuna prova sulla quale basare la sua teoria della “terra bruciata” fatta Gheddafi. La sua fonte di informazione era il Cnt, di cui egli stesso e altri membri della Lega libica per i diritti umani fanno parte.

Il 3 marzo, tal Ali Zeidan in qualità di portavoce della stessa Lega libica per i diritti umani lancia da Parigi una cifra più precisa: in due settimane, seimila vittime di Gheddafi (tremila a Tripoli, duemila a Bengazi, mille altrove). In realtà, spiega Michel Collon in Libye, Otan et mediamensonges, 2011), Zeidan è diventato poi portavoce del Cnt di Bengasi; cioè dell’organismo di reggenza creato dai ribelli. E’ quello stesso Zeidan che il 23 marzo a Parigi dirà: “Nei futuri accordi petroliferi ci ricorderemo di chi ci ha aiutati”.

In marzo via via si susseguono denunce di una politica di stupri di massa da parte dei “mercenari di Gheddafi muniti di Viagra”; l’avrebbe ordinata il regime.  Le “fonti” vengono sbugiardate dallo stesso inviato dell’Onu Cherif Bassiouni in un suo rapporto di giugno.

Il 19 marzo 2011 iniziano i bombardamenti della Triplice (Usa, Uk, Francia). Per mesi e mesi le bombe si intrecceranno alla propaganda in una lista lunghissima di “notizie” incredibili.

Questa cronologia delle menzogne si intreccia con la sequenza delle decisioni politiche (ricostruite da Paolo Sensini in Libia 2011, Jaca Book) che in poche settimane portano alla guerra.

Ex post, sia Amnesty International sia il recente rapporto della Commissione di inchiesta Onu dell’Onu (Coi, febbraio 2012) indicheranno in alcune centinaia i morti – su entrambe le sponde – delle settimane di febbraio. La Commissione Onu peraltro afferma di aver ricevuto le liste degli uccisi e dei feriti dagli ospedali di Bengasi e al-Bayda (solo da quelli): 77 vittime dall’ospedale Jalaa a Bengasi; 43 certificati di morte dal dipartimento di patologia forense di Bengasi, e una lista di nomi e certificati di morte di 58 persone ad al-Bayda. Non è indicato a quale sponda politica appartenessero i morti. Amnesty International dichiarerà a Libération che il numero delle vittime non corrispondeva ai catastrofici bilanci annunciati nelle prime settimane: “A Bengasi si è parlato inizialmente di duemila morti; in realtà ne abbiamo recensiti tra 100 e 110 e fra i 59 e i 64 a Baida. Oltretutto in  entrambi i casi non è spiegato se si trattasse di civili inermi o di persone armate, e  di quale parte politica. Un “non militare” che si arma e/o che attacca un posti di polizia incontrerebbe una risposta armata anche in Italia e perfino in Scandinavia. Le foto che mostrano cadaveri senza armi non costituiscono prova: niente di più facile che trasformare un combattente armato ucciso in un civile assassinato; basta allontanare l’arma dal luogo.

Malgrado le mancate conferme di genocidio (anzi il contrario), ancora il 5 aprile 2011, lo scrittore marocchino Tahar Ben Jalloun, intervistato dal Fatto quotidiano, alla domanda «intervenire era necessario?» risponde «Se qualcuno uccide migliaia di cittadini con armi pesanti e mercenari, è necessario fermarlo». Migliaia…

Molti mesi dopo l’ex presidente sudafricano Thabo Mbeki ripete che le Nazioni Unite con la Libia diedero via libera a Usa, France e Gran Bretagna, i P3, senza che ci fossero prove che il regime di Gheddafi avesse commesso un genocidio o avesse intenzione di commetterlo, o di far guerra contro i civili. Il «diritto di proteggere» fu dunque invocato illegittimamente da Onu, P3 e Nato.

 

Marinella Correggia

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