L’OPPOSIZIONE “PATRIOTTICA” CRITICA INGERENZE E INFORMAZIONE UNILATERALE (7)

com la bandieraL’OPPOSIZIONE “PATRIOTTICA” CRITICA INGERENZE E INFORMAZIONE UNILATERALE (7)

Marinella Correggia, Damasco

Ali Haydar è il ministro della Riconciliazione in Siria. Fa parte del  Partito della volontà popolare che è all’opposizione in parlamento,dopo le elezioni legislative del 2012. Forse la sua nomina è anche dovuta al fatto che ha perdonato chi gli ha ucciso il figlio, quasi due anni fa, agli inizi della “rivolta”. Era uno studente di medicina e, dichiarò suo padre, era con chi voleva il cambiamento, ma invitava a evitare la violenza, così fu considerato un agente del regime. Quel ragazzo non è stata l’unica vittima della riconciliazione. Fra gli altri il dr. Lahham, presidente del parlamento (e suo padre era stato ucciso ad Hama negli anni 1980 perché lavorava per il dialogo, dopo i fatti sanguinosissimi di allora– repressione governativa del fratelli musulmani che si erano sollevati in armi). Stesso destino per il figlio, anch’egli studente, del gran muftì Hassoun; quest’ultimo è considerato un traditore perché pur essendo sunnita non appoggia la rivolta armata. Abbiamo incontrato il muftì e ha detto che lui e sua moglie hanno perdonato.

Anche l’ultraottantenne imam Al-Bouti, sunnita, è stato ucciso perché chiedeva di deporre le armi e avviare il dialogo.

I tre “no” dell’opposizione costruttiva che rifiuta la “Coalizione di Doha”

Ali Haydar fa parte di quella che si definisce “opposizione costruttiva”. A Damasco, la delegazione internazionale in appoggio alla Mussalaha, guidata dal premio Nobel Mairead Maguire ne ha incontrato vari esponenti. I quali si dicono indignati perché occidente e petro-monarchie riconoscono come unici interlocutori e rappresentanti del popolo siriano la “distruttiva” opposizione, esterna, anche nel senso che è foraggiata da fuori ed eterodiretta: la pomposamente autonominatasi “Coalizione della rivoluzione siriana e delle forze dell’opposizione”, meglio nota come “Coalizione di Doha” –  visto che è nata sotto le ali del Qatar. “Quella Coalizione parla molto di democrazia ma la dimentica definendosi unica rappresentante del popolo siriano. Abbiamo lottato per decenni per eliminare il monopartitismo del Baath e adesso vogliono fare lo stesso. In Siria ormai il pluralismo è una realtà. E fin dall’inizio della crisi, diciamo anche che il dialogo è una possibilità, l’unica costruttiva”  dice Kadri Jamil, curdo, deputato del Partito della volontà popolare che ha partecipato per la prima volta alle elezioni nel maggio 2012. Adesso è vice-primo ministro, di una specie di governo di unità nazionale, una “scelta temporanea, non vuol dire che non continuiamo a essere all’opposizione”. Pare che sia stato indicato fra i politici che dovrebbero negoziare con l’opposizione,  in vista della conferenza di Ginevra proposta da Russia e Usa.

Prosegue Jamil: “Il paradosso è che i vostri paesi riconoscono questo corpo estraneo di espatriati che è la Coalizione e non riconoscono noi come rappresentanti del popolo siriano. Forse perché la crisi siriana è uno specchio dei problemi dell’Occidente”.

Chiede Qadri Jamil: Chi è il pazzo? Quello che vuole il dialogo o quello che vuole perdere la Siria nella guerra? Ci sono persone che sono state in carcere per anni eppure adesso dicono ‘vogliamo cambiare la Siria, non distruggerla’. Rifiutiamo di scegliere fra l’intervento esterno – Iraq, Libia sono lì a servire da monito – e il lasciare le cose come prima. C’è una terza via. Speriamo nell’accordo fra il russo Lavrov e lo statunitense Kerry, per una soluzione pacifica”.

E poi “La Siria deve trovare una sua via, diversa dai rubbish governments (governi spazzatura, ndr) dei paesi arabi dominanti. E’ un mosaico naturale e ha un retaggio antichissimo. Le forze che perseguono solo il potere e usano la violenza si stanno isolando; c’è un riallineamento di forze sui due lati, fra chi usa la ragione. Ci sono in Siria due tipi di militanti dell’opposizione armata: quelli della linea dura e i ragionevoli. Con loro, se depongono le armi, siamo pronti a dialogare”.

D’accordo con lui un ex detenuto politico – ho dimenticato poi di chiedere conferma sul nome! – che entrato giovane in prigionie, adesso pensa che “tutto soffre in Siria perfino le piante e Vogliamo costruire, ma senza armi, una Suriya jadida, una nuova Siria. Tutto il resto si può discutere, compresa la presidenza. Chiediamo ai media di usare i due occhi di cui siamo naturalmente dotati e non uno solo”.

L’architetto Rami Kabbani e Mazen Mughrabya, , esponenti del Third Current, ci fanno uno schemino delle “scatole” dei vari partiti e delle coalizioni che li contengono. Ma prima ci dicono quali sono i punti d’unione: “Rifiuto dell’islamizzazione del paese; rifiuto della violenza; rifiuto dell’ingerenza esterna e delle sanzioni”. Insomma: le opposizioni patriottiche  – rappresentate in Parlamento oppure non ancora – sono riunite nella Alleanza per il cambiamento pacifico, che contiene vari partiti, fra cui Third Current, e il Fronte nazionale per la liberazione e il cambiamento, all’interno del quale sta poi il Partito della volontà popolare di Qadri Jamil per l’appunto.

I vostri governi occidentali, come le monarchie del Golfo, hanno riconosciuto come unico rappresentante del popolo siriano la Coalizione nata a Doha da gente che vive all’estero, e aiutano in tutti i modi dei gruppi violenti telecomandati da fuori che stanno distruggendo la Siria. Questa posizione è un insulto agli abitanti di questo paese, a quelli che stanno con il governo, a quelli che si riconoscono nella nostra opposizione patriottica e pacifica, e a quella maggioranza silenziosa che spera soprattutto che finisca questa guerra per procura ” dice deciso Rami Kabbani.

Un membro della delegazione nonché esperto di giornalismo di pace (il contrario insomma di quel che praticano gli inviati di guerra) chiede a Qadri Jamil che cosa farebbe, una volta al potere, delle fonti del conflitto: “Dal 2005 noi continuiamo a ripetere che la nuova politica socioeconomica, all’insegna di aperture neoliberiste, era sbagliata. Questi problemi interni però sono stati sfruttati da forze esterne e va detto che la Siria è da sempre nel mirino (anche di Israele, e si pensi all’occupazione delle alture del Golan). Come mai paesi che non hanno nemmeno una costituzione (mentre la Siria ce l’ha dal 1920, prima costituzione e primo parlamento nel mondo arabo) contribuiscono a fomentare questa tragedia siriana? Non è certo per la democrazia!”.

Anche Firas Nadim, esponente del Partito siriano democratico, accogliendo la delegazione a nome dell’”assemblea generale” del suo neonato partito (quanti saranno…?) spiega che la crisi ha le sue origini anche nella marginalizzazione di una parte del popolo, ma l’intervento esterno sfrutta la situazione e ha depistato tutto: “Temiamo una trasformazione della crisi siriana da politica a sociale, con un crescente gap all’interno della popolazione e con la deriva verso una vera e propria guerra civile, pretesto per un intervento esterno ancora più ampio magari con la scusa del terrorismo, per servire interessi esterni. Chiediamo a tutte le parti di controllarsi e ricordiamo che l’unica soluzione è nel dialogo fra tutti gli elementi della crisi”.

Tutti sono d’accordo che la grande maggioranza silenziosa del popolo siriano non ne può più e vuole la salvezza nazionale. La violenza porta solo alla morte.

Incontro con Salam, del Partito comunista unificato

 

Ai partiti dell’opposizione abbiamo chiesto quali sono i rapporti con gruppi neln presenti nell’Alleanza delle forze dell’opposizione. Da un lato, il Coordinamento democratico di Haytham Mennaa, l’opposizione non armata più conosciuta all’estero, e dall’altro con i due partiti comunisti che sono nel Fronte governativo, anche se criticano la politica neoliberista degli ultimi anni.

Rispondono altri esponenti dell’Alleanza per il cambiamento pacifico: “Haytham Mennaa e il suo coordinamento è molto vicino alla nostra alleanza, e l’abbiamo contattato per una conferenza dell’opposizione interna. Ma siamo aperti perfino a chi depone le armi, non tutti sono Al Qaeda fra i gruppi armati! Anche il governo deve sapere che il linguaggio militare non è quello giusto. Dobbiamo preservare quel che rimane della Siria”. E quali sono i rapporti con i partiti comunisti dentro la compagine di governo, visto che Qadri Jamil ha un passato comunista? Risposta del comrade (così tuttora si chiamano fra loro) Fadeh Jammus del Partito comunista dei lavoratori che è nell’Alleanza per il cambiamento pacifico: “Loro sono nel governo noi all’opposizione. Abbiamo comunque un buon rapporto con uno dei due”.

Si riferiscono al Partito comunista unificato (autore nel febbraio 2012 di un ottimo documento che chiamava alla riconciliazione nella sovranità, quando Mussalaha non era ancora nata o nota). Ho incontrato di nuovo un giovane esponente di questo partito: Salam Abdallah, madre russa, cronista (e raccoglitore di olive stagionale per autofinanziare le attività politiche).

Salam è senza dubbio per l‘unità dei comunisti, spezzettati in Siria come altrove. E’ molto critico rispetto al governo, ma non perché creda alle “atrocità e all’esercito che uccide il popolo”. A questo, anche nell’opposizione non si crede (vedi oltre). E’ critico rispetto alla politica economica, oltre che agli errori iniziali di fronte alle proteste scoppiate nel marzo 2011. Ed è anche convinto che nella tragedia ci sia una componente di “guerra di classe”. “Ci sono ragioni economiche nella protesta, ma non c’è prospettiva strategica. E comunque subito c’è stato un dirottamento da fuori, nessuno può pensare che paesi come il Qatar o l’Arabia Saudita sostengano una rivoluzione di classe! E’ evidente il ruolo delle risorse energetiche e della posizione strategica della Siria. Quanto agli Usa temo che il riconoscere che ci sono terroristi operanti in Siria, possa essere una scusa per un intervento militare”.

Il governo ha molti torti ma il suo partito continua a stare nel Fronte, “perché non possiamo rinunciare all’antimperialismo, alla lotta contro Israele e al socialismo, anche se al mondo si è finora attuato solo a Cuba. Ma deve cambiare tutto, e occorre, una volta usciti dalla guerra – ma non so quando succederà – una ricostruzione nella giustizia”. Salam pensa in primo luogo alle campagne, colpite per anni dalla siccità e poi dalle politiche neoliberiste.

Cosa ci chiedono tutti

Cosa ci chiedono? Qadri Jamil: “Alle forze di pace non siriane chiediamo di aiutarci a evitare che i musallahin (gruppi armati, ndr) entrino in forze in Siria da decine di paesi. Ne abbiamo ormai circa 40mila”. (Anche alcuni narcotrafficanti wahabiti bosniaci ora combattono in Siria– ma non c’è contraddizione fra il rivendicare la purezza dell’islam e lo spacciare droga?).

Se di questi soggetti ci liberiamo e se certi paesi smettono di finanziarli, saremo capaci di risolvere la crisi da soli. Non c’è possibilità di dialogo con questi stranieri che non combattono per la Siria. O se ne vanno, o si arrendono, o l’esercito non può che eliminarli, è questione di difesa della sovranità nazionale”. Quindi chiedete la non ingerenza; niente invio di armi, e frontiere bloccate al passaggio di jihadisti. Quanto alle sanzioni? “Le sanzioni economiche devono essere tolte perché fanno soffrire la popolazione, prolungano la crisi e aiutano le fazioni della linea dura su entrambi i fronti”.

I diritti umani e le violenze

 I partiti dell’opposizione “patriottica” denunciano anche la demonizzazione dell’esercito e delle forze di sicurezza, a opera di media di parte e anche di Ong internazionali che ascoltano senza prove una sola campana. Dice Rami Kabbani: “Sono moltissimi i casi di manipolazione. Non dico che dei soldati non si siano resi responsabili di crimini, magari per vendicare commilitoni sgozzati. Ma non è una politica decisa dall’alto. E che mirino espressamente ai civili, agli ospedali, alle case, alle code per il pane, questo no. Ci sono così tante denunce non confermate che è impossibile contarle. Rifiutiamo di accusare l’Esercito siriano nel suo insieme. C’è un tentativo evidente da due anni di spacciare per ‘prevenzione dei massacri’ e ‘protezione dei civili’ le richieste di intervento militare esterno e il passaggio di armi all’opposizione armata. Falsità, ipocrisie. Questo può solo aumentare la violenza e la distruzione”.

Per l’opposizione che abbiamo incontrato, l’esercito arabo siriano ha tuttora un grande ruolo, malgrado i suoi errori, perché “c’è da mantenere  la sovranità del paese e per questo ci possiamo affidare solo all’esercito nazionale”. Anche se “occorre l’incubatrice del popolo” o l’esercito da solo potrà poco. In ogni caso c’è la convinzione che la Siria potrebbe collassare se l’esercito non fosse più in grado di difendere il paese da stati esterni e dai mercenari.

Sui crimini, Rami propone: “Siamo certi che per fare giustizia rispetto a chi ha commesso crimini, occorrano questi passi: primo stop agli scontri, andare verso il dialogo nazionale e formare un governo di transizione che comprenda tutte le parti – solo quelle siriane ovviamente – e che si dedichi anche a compiere indagini serie e non di parte sui responsabili delle violenze, appunto nel mantenimento della sovranità nazionale”.

Abbiamo incontrato un altro gruppo dell’opposizione parlamentare, impegnato in una “Commissione informazione” che intende lavorare sulla propaganda mediatica e che è disponibile ad aiutare nella ricerca della verità. Purtroppo ho perso gli appunti che si riferivano all’incontro  (e anche gli indirizzi). Ma è da sottolineare che una dei membri di questa “Commissione” ci ha comunicato: “Ho proposto di protestare davanti al ministero dell’informazione, per la sua incapacità di contrastare efficacemente la manipolazione mediatica internazionale ai danni della Siria”.  

 

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