IL CONSIGLIO DIRITTI UMANI ONU FOMENTA GUERRE E INGERENZE (MALGRADO GLI SFORZI DI VENEZUELA, CUBA E POCHISSIMI ALTRI)

l43-aleppo-guerra-siria-130104163907_mediumIL CONSIGLIO DIRITTI UMANI ONU FOMENTA GUERRE E INGERENZE

(MALGRADO GLI SFORZI DI VENEZUELA, CUBA E POCHISSIMI ALTRI)

 

Marinella Correggia

 

Intervenendo giorni fa alla sessione del Consiglio Onu per i diritti umani (Unhrc) con sede a Ginevra, l’organizzazione internazionale North South XXI ha indirizzato parole dure ai paesi membri del Consiglio, che sono quarantasette, a turno. Parole adatte alla commemorazione del decimo anniversario della guerra all’Iraq ma anche al tentativo in corso da parte delle potenze Nato e dei loro alleati arabi di fomentare la guerra in Siria: “Questo Consiglio non ha intrapreso azioni adeguate rispetto all’uso illegale della forza contro i popoli dell’Afghanistan e dell’Iraq (…) Stiamo commemorando l’anniversario dell’assassinio di un milione e mezzo di iracheni – secondo quanto pubblicato da The Lancet – ma il Consiglio non ha fatto nulla per porre fine all’impunità dei responsabili. E da quando la violenza è esplosa in Siria, alcuni stati membri del Consiglio hanno fornito e continuano a fornire armi che alimentano la violenza. Anche la Commissione d’inchiesta del Consiglio sulla Siria viene usata come arma da alcuni degli stati che hanno ucciso in Afghanistan e Iraq. Buona parte del rapporto si fonda su notizie non verificate che non rispondono al minimo standard della prova (…)”.

Oggi 22 marzo a Ginevra voto del Consiglio diritti umani sulla tragedia in Siria

Nella guerra per procura in Siria, condita da una propaganda forse ancora più forte perché a prova di durata, il Consiglio dei diritti umani aiuta la tragedia e sono is soliti paesi a denunciarlo. Abbiamo già riferito delle nostre critiche metodologiche e di contenuto (in francese con sintesi in spagnolo, v. qui: http://www.sibialiria.org/wordpress/?p=1334) al lunghissimo nuovo rapporto della Commissione Coi, la commissione di inchiesta sedicente “indipendente” sui diritti umani in Siria. Il lavoro della Commissione, capitanata fra gli altri dalla giudice svizzera Carla Del Ponte, è basato su racconti di parte e contiene molte accuse non verificate (anche circa i colpevoli di massacri e stragi), fondate solo su testimonianze” raccolte per skype, al telefono, o presso persone segnalate dall’opposizione armata (si parla però di “attivisti”); non comprova nemmeno le molte accuse di “bombardamenti indiscriminati” a panetterie (i video che lo proverebbero non provano nulla…), scuole e ospedali (spesso svuotati e occupati da gruppi armati). I racconti si contraddicono. Inoltre si minimizzano i casi di attentati e stragi da parte dell’opposizione.

Aggirandoci per giorni nella sala XX nel Palazzo dell’Onu, sala dove si tengono le sedute plenarie, è stato possibile consegnare le nostre critiche (illustrandole il più velocemente possibile) a una trentina di paesi, ottenendo in verità qualche attenzione solo da alcune missioni di America Latina, Africa e Asia, e fra queste in particolare Venezuela, India, Filippine, Kazakhstan, Pakistan, Ecuador (che quest’anno sono nel Consiglio), e poi Cuba, Russia, Palestina, Iran, Cina che nel Consiglio non ci sono quest’anno. Incerti fino all’ultimo Pakistan e  Angola.

Una risoluzione molto sbilanciata, basata sul rapporto Coi e redatta da paesi occidentali e arabi è stata presenta al voto del Consiglio per i diritti umani oggi 22 marzo. Risultato del voto: 41 stati a favore (anche se con distinguo); Venezuela contro; astenuti India, Filippine, Uganda, Kazakhstan ed Ecuador. Quest’ultimo, unico altro membro della coalizione Alba presente nel Consiglio quest’anno, oltre al Venezuela, nella dichiarazione di voto ha ribadito il suo rifiuto delle ingerenze esterne e la non imparzialità della risoluzione. In settembre l’Ecuador aveva votato a favore della risoluzione sulla Siria (preparata sulla base del precedente rapporto Coi) mentre contro avevano votato Cuba, Russia e Cina (che quest’anno non hanno diritto di voto). Il Venezuela non era allora nel Consiglio. In un certo senso Cuba e Venezuela  si sono passati lo scomodo testimone in Consiglio. E stanno lavorando anche perché la pace sia finalmente riconosciuta come diritto umano. Hanno molti stati contro, come è ovvio. 

La risoluzione approvata rinnova per sei mesi il mandato della Commissione Coi e, pur condannando in via generale la violenza nel paese, si sofferma poi sulle “sistematiche e grossolane violazioni dei diritti umani e delle libertà fondamentali da parte delle autorità siriane” con “uso di armi pesanti verso zone residenziali” (ma il regime sostiene che si tratta di aree svuotate di civili e occupate da terroristi), “massacri”, “attacchi sistematici verso la popolazione”. Delle violazioni commesse dai gruppi di opposizione, la risoluzione  nota che sono in numero e gravità inferiori.  La risoluzione chiede di proteggere il personale medico e di emergenza (decine di membri della Red Crescent siriana sono stati uccisi).

E’ stato illuminante ascoltare le dichiarazioni dei vari paesi in sede di discussione. La Turchia che ripeteva la solfa del “diritto all’autodifesa da parte del popolo siriano che non ha altro modo di reagire a una brutale guerra di aggressione”; idem per la Francia con il suo “tutto un popolo che resiste alla follia di un regime che massacra con Scud bombe incendiarie missili”.  Il Qatar che ribadiva la condanna dei “bombardamenti mirati sulle panetterie” (in assenza di prove). La Libia (la nuova Libia) che “parlando in rappresentanza di 60 paesi” (fra i quali manco a dirlo Italia, Qatar, Turchia, Usa) raccomandava al Consiglio di Sicurezza  “il deferimento del regime siriano alla Corte penale internazionale”: eppure la stessa Libia non consegna alla Corte in questione il figlio di Gheddafi, volendolo impiccare in proprio. Tutti poi a dire che “occorre una soluzione negoziale”; ma sono parole: anche i portavoce Nato mentre si bombardava la Libia sostenevano che occorreva una soluzione politica…

Di segno opposto le osservazioni di Cuba, Venezuela e Russia. Cuba: “Il rapporto Coi si basa su informazioni frammentarie e manipolate, non ha la necessaria obiettività, non è corroborato da prove, può offrire argomenti per un’aggressione alla Siria anziché aiutare il dialogo e la pace”. Venezuela: “Il rapporto ha fonti poco affidabili. Denunciamo la campagna mediatica e le manipolazioni che favoriscono le ingerenze armate dall’esterno, fonte di tragedie. Non siate più complici di aggressioni imperiali come alla Libia, all’Afghanistan, all’Iraq che hanno fatto milioni di vittime”. Russia: “Il rapporto non è equilibrato, sono quasi ignorati i crimini dell’opposizione. Ignorato il ruolo delle sanzioni unilaterali occidentali e arabe. Non si condanna l’invio di armi”.

Due gli obiettivi della risoluzione sulla Siria approvata a maggioranza. Primo, giustificare un più diretto appoggio in armi all’opposizione (l’Ue, Premio Nobel per la pace 2012, ne discute a Dublino in questi giorni, su pressione di Francia e Gran Bretagna con l’aiuto probabile di Terzi dall’Italia). Secondo, spingere per il deferimento del governo siriano alla Corte penale internazionale, anche se è quasi impossibile che Russia e Cina in Consiglio di Sicurezza votino a favore: dopo la scottante esperienza libica, con l’abuso da parte Nato delle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza.

Un salto indietro. 2011: chi espulse la Libia, chi cercò di resistere e perché

Il 25 febbraio 2011 i membri dominanti del Consiglio dei diritti umani dell’Onu ebbero un ruolo decisivo nell’agevolare la guerra Nato alla Jamahiriya libica. Erano passati pochi giorni dall’avvio della crisi libica, che media mainstream, governi imperiali e perfino organizzazioni umanitarie avevano subito dipinto così: “un dittatore che uccide a migliaia cittadini inermi ricorrendo a mercenari stupratori”. Anche se quasi subito fu chiaro che le migliaia di vittime non c’erano affatto e che si trattava piuttosto di una rivolta armata di cirenaici insieme a esuli pilotati ed ex gheddafiani diventati golpisti.

Sulla base della pressione di un gruppo di assai sospette “organizzazioni non governative” capitanate dalla statunitense Un Watch (che ha un curriculum golpista e guerrafondaio), il Consiglio con apposita risoluzione raccomanda all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite la sospensione della Jamahiryia dal Consiglio stesso, del quale nel 2011 era membro. Anzi, secondo programmi precedenti lo stato nordafricano avrebbe dovuto essere premiato dal Consiglio per i suoi “successi nel campo dei diritti umani e sociali”.  Premio cancellato.

Il primo marzo 2011 con una risoluzione definita “senza precedenti” e adottata “per consenso” oscurando le voci critiche, l’Assemblea Generale dell’Onu vota appunto questa espulsione. Sponsor cinquanta paesi sulla base della bozza presentata dal Libano.

Il 2 marzo Amnesty International saluta l’espulsione. Dovrà, mesi dopo, riconoscere che non c’era stata nessuna strage bensì, nelle prime settimane della rivolta armata, un centinaio di morti da entrambe le parti. Ma ormai la guerra Nato era partita e vittoriosa.

E’ interessante, per la storia, capire come avvenne il corto circuito e chi – fra i paesi non belligeranti – cercò di resistere al potente “poligono di tiro del bene” ma non fu aiutato da nessuno, nemmeno dall’indifferente ex movimento per la pace d’Occidente. Determinante fu il subitaneo passaggio ai “bengasiani” da parte degli ambasciatori libici a Ginevra e New York i quali agirono da cassa di risonanza per le denunce di genocidio. La Jamahiriya non era più rappresentata da nessuno, visto che oltretutto gli Usa non diedero il visto al nuovo ambasciatore nominato al posto del “traditore”.

Cuba era membro del Consiglio dei diritti umani (a differenza d Venezuela, Nicaragua, Bolivia) e il 25 febbraio fu praticamente l’unico paese a dissociarsi dal paragrafo 14 della risoluzione del Consiglio, che riguardava appunto la Libia. Fin dall’inizio della creazione del Consiglio, Cuba si era opposta alla clausola di sospensione, ben sapendo quanto i diritti umani siano utilizzati come arma.

E il primo marzo 2011 in sede di Assemblea Generale, furono praticamente solo i paesi dell’Alba e in particolare Cuba, Venezuela, Nicaragua a resistere a questa mossa fatale. Come si può leggere dal resoconto degli interventi (http://www.un.org/News/Press/docs/2011/ga11050.doc.htm) Cuba ribadisce la sua posizione attirando l’attenzione sulla “contraddittorietà delle informazioni sui fatti” e sostenendo una “soluzione sovrana e pacifica del conflitto, senza alcuna forma di intervento estero” e mostrando “preoccupazione per le dichiarazioni di Usa ed Europa che alludono a una opzione militare, la quale farebbe migliaia di vittime”.

Il Venezuela sottolinea invano due aspetti cruciali. Primo: “una decisione così grave da parte dell’Assemblea richiederebbe indagini credibili. La decisione è prematura perché all’Assemblea non sono ancora arrivati risultati di indagini indipendenti sugli eventi libici”. Secondo: “Il popolo libico deve costruire  il proprio destino da sé senza interventi esterni. Eppure il Pentagono ha già annunciato un riposizionamento bellicoso di forze intorno alla Libia”. Proteste da parte degli Usa, cosponsor dell’espulsione della Libia: “Il Venezuela distorce la politica statunitense alimentando paure e odio”. Replica del Venezuela: “Siamo stupiti che un paese con un simile curriculum in materia di violazioni di diritti umani possa fare una simile dichiarazione”. Del resto l’intervento esterno ci fu eccome.

 

Anche il Nicaragua spiega che “il governo libico deve trovare in modo sovrano una soluzione, senza interferenze. C’è una campagna feroce contro la Libia e le notizie sono contraddittorie e inflazionate”. L’Ecuador e la Bolivia mostra di credere un po’ di più alla propaganda. sostenendo il “rifiuto della violenza contro popolazioni civili disarmate”. Ma al tempo stesso chiedono indagini più precise e ammoniva contro l’uso selettivo di risoluzioni Onu contro stati che si oppongono ai poteri forti.

Il rispetto della sovranità contro le manovre di guerra (di quella che Hugo Chávez chiamava “la dittatura imperiale”) e il rifiuto delle menzogne che provocano guerre imperiali sono due capisaldi dell’azione dei paesi dell’Alba nel frangente libico. Ricordiamo che sempre agli inizi di marzo 2011 Fidel chiese in un celebre articolo l’aiuto del mondo alla proposta di pace elaborata dal presidente venezuelano e appoggiata dal consiglio politico dell’Alba con un comunicato del 4 marzo. La proposta (http://aporrea.org/venezuelaexterior/n176027.htm) era di formare una «Commissione umanitaria internazionale per la pace e l’integrità della Libia», che inviasse osservatori e operasse per una mediazione fra le parti, al fine di evitare un attacco militare del Paese e nel quadro degli sforzi della comunità internazionale per aiutare il popolo libico.

Dopo la guerra della Nato, il 19 novembre 2011 la Libia viene prontamente riammessa nel Consiglio dei diritti umani, per decisione dell’Assemblea generale Onu. Ironicamente l’Onu Un Watch dice “con l’opposizione di Chavez & soci”…

You may also like...